Cos’è il Partito politico? A cosa serve? Quali funzioni svolge? E’ ancora utile?

Queste, sono alcune delle domande che dobbiamo porci se vogliamo che il partito sia uno strumento utile a cambiare la società, eventualmente adattarlo alle necessità del percorso, oppure decretarne la fine una volta per tutte. Questa è una congiuntura in cui tali domande non sono per nulla oziose e anzi sono indispensabili.

Partiamo dunque dall’inizio.

Il Partito come moderno Principe

Gramsci riteneva che il “partito” come forma organizzativa del fare politica, rappresentasse il moderno “principe” di Machiavelli. Il Principe di Machiavelli per Gramsci è un mito, un’esemplificazione della volontà collettiva, e non una persona reale o un individuo concreto, che ispira il senso di comunità e costituisce lo Stato. Allo stesso modo nella modernità, ci dice Gramsci, è il Partito a svolgere questo compito per formare una comune volontà nazional-popolare e promuovere una riforma intellettuale e morale collettiva. Sia il Principe Machiavelliano che il moderno Principe Gramsciano sono al centro dello Stato e ne sono il motore morale.

Lo Stato che prende forma con il Principe o con il Partito è lo stato moderno fondato sul principio del monopolio della forza. E’ uno Stato che, attraverso la legge e la sua imposizione, si pone al di sopra di tutta la società e di tutte le forze che la compongono.

Ma ora? In una società postmoderna e “liquida”, in cui forze sovranazionali riescono ad imporsi agli stati, in cui forze multinazionali sfuggono o eludono lo Stato, è ancora così?

Probabilmente dobbiamo cercare altri modelli, altre ispirazioni, che per quanto mi riguarda penso possano arrivare guardando fuori dal contesto occidentale. Abbiamo esplorato in lungo e in largo ogni modello che l’occidente ha saputo proporci, dalla classicità al rinascimento, qui propongo di farci ispirare dall’antropologia politica.

“Equilibrio delle forze”

In un piccolo libello intitolato “Un’antropologia delle forze[2]” pubblicato nel 1983 da Einaudi, l’antropologo e filosofo portoghese José Gil ci racconta come i principi di fondo dell’obbedienza statuale non siano assoluti e neppure eterni.

Se la politica nell’occidente è intesa come esercizio del potere in una logica verticale di comando e obbedienza, o diremmo di sovranità,  lo stesso non può essere detto per le società “non-statuali”.

Al principio di sovranità è sempre collegato quello di sottomissione. Se c’è un “sovrano” che sta sopra, ci sarà anche un “suddito” che sta sotto, in una relazione verticale di obbedienza. E questo avviene sia che sia sottomissione al sovrano, o alla legge e in ogni caso allo Stato.

La suggestione più interessante Gil ce la dà, quando illustra la differenza nelle dinamiche tra le forze nello “stato-nazione” moderno e  nelle società “non-statuali”. Lo stato-nazione come istituzione, si fonda sul principio del monopolio della forza che è conseguenza diretta e condizione necessaria per l’esercizio della sovranità. Solo lo stato infatti può usare la violenza  o  permetterne l’uso.

Partendo da una rilettura originale di Pierre Clastres[3] e per spiegare come le società “non-statuali” siano diverse da quelle moderne, Gil ci spiega che nelle società non-statuali, la funzione della “chieftainship” è diversa da quella dello “Stato”, condotto dal “Principe”.  Mentre lo “Stato” tende ad accumulare continuamente forza, così da poter mantenere il proprio primato, nelle società non-statuali la chieftanship si fonda sul principio dell’equilibrio delle forze e il/a chieftain[4], non accumula mai la forza, ma si fa piuttosto facilitatore e promotore dell’equilibrio tra le forze.

Ma come funziona? Come fa la chieftainship a svolgere questa funzione?

Nel suo “La società contro lo Stato[5]”, Clastres chiarisce che il/a chieftain esercita il proprio potere senza esercitarlo, perché, senza il monopolio della forza, di fatto non ha modo di garantirne l’applicazione[6]. Clastres identifica inoltre le caratteristiche[7], veri e propri dispositivi, che permettono alla chieftainship in quanto istituzione, di evitare l’accumulazione delle forze e di promuovere invece l’equilibrio tra le forze vive che compongono la società:

  • La prima caratteristica è quella di essere paciere nella comunità. La pace non è da intendersi come assenza di conflitto, ma come sua conclusione. La pace è perciò di per sé sempre un processo, sempre in divenire e compito del/la Chieftain è di riconoscere le diversità di opinioni e interessi, di promuoverne lo scambio e organizzare le forme del conflitto perché possano giungere a soluzione.
  • Il secondo dispositivo è quello della generosità, che nel caso delle chieftainship che Clastres analizza è intesa soprattutto come redistribuzione economica, ma che invece penso possa essere tradotto con redistribuzione delle forze e del potere. Il/la chieftain intende sempre promuovere un equilibrio tra le forze e così facendo, impedire che se ne accumulino troppe nelle mani di pochi soggetti.
  • La terza caratteristica è quella della capacità oratoria del/la chieftain. Clastres pone molta enfasi sulle loro abilità oratorie e dialettiche, intese a convincere ma ancora di più a dare rappresentanza alle diverse istanze, interessi, opinioni che compongono la comunità, facendosi così voce di tutta la comunità
  • C’è poi un quarto dispositivo che Clastres non cita espressamente, ma che penso ci debba invece far riflettere. Clastres indugia infatti nella descrizione di una caratteristica comune ai e alle chieftain, che è quella della poliginia e della poliandria. Il/a Chieftain può, a differenza di altri membri della comunità, avere più mariti o mogli. Se questo elemento ad una prima lettura può apparire come una sorta di privilegio, che Clastres considera come compensazione per il lavoro svolto dal/la Chieftain, indagandone la funzione ci si accorge che questa caratteristica di fatto impedisce la creazione di dinastie che possano accumulare il poter nel tempo e di fatto svolge quindi la funzione di assicurare che la distribuzione del potere sia sostenibile nel tempo. E’ di fatto un ulteriore dispositivo per il decentramento. L’esatto opposto di quanto invece accadeva con le grandi dinastie europee, che per accumulare potere e ricchezze evitavano di sposarsi tra persone con origini troppo diverse, quando non erano addirittura consanguinei.

Così come Gramsci aveva proposto un’interpretazione del Principe in chiave moderna, identificandone caratteristiche e funzioni in un contesto completamente diverso e rinnovato, mi domando se nell’epoca della post-modernità non possiamo farci ispirare dalla figura del/la Chieftain. E quindi domandarci se il partito non possa piuttosto assomigliare ad una sorta di “Chieftain postmoderno”, che aspiri a contribuire al riequilibrio delle forze e quindi alla riduzione delle disuguaglianze.

“La Coda Lunga”

Se fin qui ci siamo interrogati su quale possa essere la funzione che il Partito svolge nella post-modernità, ora ci dobbiamo domandare come il partito possa sopravvivere al contesto in cui opera per poter esercitare le funzioni che si propone.

In “La Coda Lunga”[8], l’ex direttore di Wired, Chris Anderson ci spiega come il mercato, al tempo di internet stia cambiando profondamente, e come i mercati di nicchia prima di fatto snobbati a favore del mercato di massa stiano diventando sempre più preponderanti.

Il suo ragionamento è semplice. Mettendo in fila un po’ di numeri, si è accorto di come nel commercio online, l’insieme aggregato della vendita dei prodotti di nicchia sia maggiore rispetto all’insieme delle vendite delle “hits” del mercato di massa.

Nel mercato di massa tradizionale, i consumatori tendono ad adattarsi al limite fisico dell’offerta dei prodotti che trovano posto nei supermercati. Nel mercato di internet tale limite non c’è più. L’offerta diviene potenzialmente infinita e consente ai consumatori di acquistare prodotti prima introvabili o addirittura ignoti.

Ponendo la frequenza dei consumatori sull’asse delle ordinate di un piano cartesiano e gli oggetti o i prodotti su quello delle ascisse si nota una curva discendente, con un gran numero di consumatori per i primi prodotti (le cosiddette “hits” o “blockbusters”) e un numero via via decrescente di consumatori che si spalmano sui prodotti meno popolari presentati sull’asse delle ascisse, dando alla curva la forma appunto, di una “coda lunga”.

Osservando i consumi Anderson si è accorto che l’area sottesa alla curva che descrive i prodotti di nicchia è maggiore rispetto a quella del mercato di massa. L’insieme aggregato dei mercati di nicchia è superiore cioè al mercato di massa. Tale osservazione ha importanti effetti anche sul marketing e le strategie di vendita prima concentrati sul consumatore medio, vero protagonista delle analisi di mercato e dei focus group e che ora deve prendere in considerazione l’estrema varietà dei gusti di una platea molto più variegata.

Anderson ci dice che in questo mercato i grandi protagonisti sono gli aggregatori, le piattaforme che permettono di trovare tutto ciò che si cerca, come Amazon, Netflix o Google…

Il “mercato” della politica.

…e se la teoria della coda lunga si potesse applicare anche alla politica? Mi spiego. I partiti tradizionali del dopoguerra erano partiti propriamente di massa, ma la società come ci spiega Bauman[9] era per così dire “solida”, divisa per classi e gruppi di interesse più o meno stabili nel tempo.

La società è poi diventata “liquida” e i partiti, e con loro tutti i “corpi intermedi”, faticano a rappresentare una società così fluida. Le elezioni vedono tra un mandato e l’altro veri e propri stravolgimenti, che nella seconda metà del novecento sembravano impensabili. Partiti che nel giro di due tornate elettorali diventano forze di maggioranza relativa, come successo al M5S con le elezioni del 2018, o altri che vanno sulle montagne russe, passando dal 4% al 32% e poi crollando nuovamente all’8% come la Lega. Ma anche partiti tradizionalmente centrali come i socialisti o i repubblicani in Francia, che in poco tempo sono diventati ininfluenti.

L’elettorato si muove ad una velocità spesso difficile da prevedere e lo fa sempre più sulla base di micro interessi, istanze particolari, narrazioni parziali piuttosto che ad una visione generale e coerente che tenga insieme tutto. Si muove cioè in base alle risposte che trova e ricerca nei partiti su singole questioni. Si muove cercando l’offerta più adatta ai propri bisogni di nicchia. Non è un caso che Trump abbia impostato la propria campagna elettorale addirittura sulla profilazione di 220 milioni di americani[10]

Insomma mi domando se quella geniale immagine della coda lunga non ci stia dando un’interessante spunto per capire non solo come funzionano i consumi, ma anche come funzioni il “mercato” elettorale., in cui certo non scompaiono le “hits”, ma in cui le nicchie sono sempre più importanti.

Il Partito “Landing Page”

In una società che è diventata liquida e in cui alcune forze riescono a contendere potere allo stato, il modello Partito è messo alla prova e rischia di essere spazzato via. La società liquida è uno tsunami per tutti i corpi solidi che le hanno finora dato forma.

La vera questione quindi è come trasformare profondamente la società e come cambiare la forma partito per farlo. Come tenere insieme le tante diverse istanze che coinvolgono i cittadini, individui sempre meno accomunati da abitudini e consumi simili e sempre più differenziati e allo stesso tempo come re-interpretare la propria funzione. Come può ora il Partito promuovere una riforma intellettuale e morale collettiva che trasformi la società e promuova la coscienza di una comunità condivisa? Una società che sia più equa e più giusta?  

Lasciandosi ispirare dai dispositivi con cui il/a Chieftain riesce a riequilibrare le forze della società, si possono identificare le caratteristiche del partito nella postmodernità, definendone una sorta di piano di lavoro per la sua costituzione:

Il Partito deve diventare una sorta di “landing page” delle lotte o delle tante istanze cui deve dare voce, diventando invisibile.

Scopi (capacità di essere espressione della società e di adattarsi continuamente)

  • Riconoscendo nell’accumulazione di potere la causa e l’origine delle disuguaglianze economiche, delle discriminazioni culturali e di genere, dell’ingiustizia sociale e di quella ambientale, la ragione costitutiva del partito postmoderno è il ribilanciamento delle forze che compongono la società.
  • Gli scopi specifici non possono essere predefiniti in modo puntuale, ma vanno ogni volta aggiornati e ridefiniti sulla base del contesto che è in continuo mutamento.
  • Il partito analizza le ragioni del conflitto tra le forze della società. Coglie le differenze delle diverse posizioni e ne analizza le cause.
  • Il partito deve farsi fucina di nuove riflessioni, luogo di scambio di idee, di confronto sui tanti problemi della contemporaneità. Deve essere una piattaforma di ascolto e di confronto continuo a tutti i livelli, ma deve essere anche capace di immaginare soluzioni e disegnare prospettive per un mondo diverso e più giusto.
  • La comunità che si riconosce in un partito si riconosce anzitutto in una serie di valori di riferimento, da precisare in una carta dei valori rivoluzionaria e non più soltanto riformista, a partire dai valori che conducano ad una giustizia sociale e ambientale insieme[11]

Le persone (Decentrare)

  • Il partito post-moderno non si limita a considerare attori del proprio agire i soli attivisti e gli elettori, ma considera come centrali anche altri soggetti che sono esterni al partito ma parte della società e che si riconoscono nei valori che il partito propone e nei suoi obiettivi.
  • Il partito deve svolgere una funzione di scouting continuo seleziona la classe dirigente/Champions, che devono essere anzitutto espressione della società. Che siano anche parte del partito è del tutto secondario e in ogni caso non necessario e addirittura non preferibile. Oltre a fare scouting si assicura che le persone che coinvolge abbiamo le competenze, le qualità e l’integrità necessaria a servire la collettività.
  • Dopo lo scouting, il partito si dota di un meccanismo di scelta della classe dirigente. La modalità potrebbe essere simile a quella delle primarie, riviste al rialzo e rese ancora più aperte. Il partito si occupa di fare formazione per amministratori e nuove leve, si di coloro che sono parte del partito sia di chi è espressione della società. Oltre alla formazione si preoccupa anche di fornire accompagnamento e sostegno nel corso dell’espletazione dei propri compiti o funzioni.

Funzioni (Essere Voce):

  • Il Partito deve diventare una sorta di “landing page” delle lotte. Deve dare voce, diventando invisibile. Può organizzare manifestazioni o campagne, ma si assicura di dare visibilità e voce solo alle istanze e non ai propri simboli di partito[12].
  • Intercetta le diverse voci e le mette in contatto. Una piattaforma di consultazione permanente mista digitale e personale che coinvolga militanti, partiti, associazioni e semplici cittadini, non solo al momento delle elezioni, ma che li consulti anche in vista di scelte importanti e che li coinvolga addirittura nella redazione di proposte di legge (che così diventano di iniziativa popolare di fatto, anche se passano da un gruppo parlamentare).

Comunicazione

  • Il partito postmoderno è invisibile. La propria visibilità è data dalle istanze e dalle lotte che propone e non dalla propria struttura o dai propri simboli[13].
  • Le sezioni di partito devono portare il minimo di simboli possibili
  • La campagna elettorale è il momento in cui i partiti pongono maggiore enfasi nella visibilità e nel “posizionamento”. Il partito postmoderno, dovrebbe invece fare esattamente l’opposto. Al netto delle necessità previste dalla legge, dovrebbe consentire ai partecipanti e agli attivisti di scegliere il simbolo per ogni elezione e usare il processo per la propria affermazione e radicamento.

Organizzazione (Ribilanciare le forze)

  • La presenza anche fisica che alcuni partiti hanno sul territorio, è un grande asset, che deve essere utilizzato per generare relazioni. Le sezioni non possono essere solo il luogo di incontro per le riunioni di sezione e restare poi vuote nel resto del tempo. Vanno cercate pratiche virtuose che già esistono, perché diventino un sistema di aggregazione di forze sul territorio. Le sezioni devono diventare luogo aperto, in cui associazioni, singoli/e, si possano trovare e organizzare attività anche in modo autonomo.
  • All’interno del partito si da voce alle istanze non ai gruppi di potere o alle correnti. Compito del partito è evitare che si formino centri di potere nella società e deve farlo anche al proprio interno.

Le forme vanno ancora testate e sperimentate, si dovrà passare anche per qualche fallimento, ma ho la netta sensazione che ci si apra un momento fantastico, pieno di opportunità e cambiamenti, anche se al momento non sappiamo davvero da che parte andare.

Il partito, come il pollo di gomma con carrucola, è efficace finché continua a sollecitare la nostra immaginazione e si presta ad essere adattato a contesti sempre nuovi e diversi. Lo sforzo di immaginazione è quello che ci permette di trovare le soluzioni ai problemi che affrontiamo ed essere progressisti penso non sia altro che assumersi la responsabilità di continuare ad immaginare un altro mondo possibile e migliore.

Avvertenze: come nelle medicine è il caso di fornire qualche avvertenza. Questo documento è solo uno spunto, non fornisce risposte, che vanno immaginate collettivamente, né tanto meno soluzioni certe e soprattutto non è un articolo accademico, molti degli spunti che contiene andrebbero approfonditi e andrebbero senz’altro ricercate maggiori evidenze a loro sostegno. Va segnalato inoltre che il parallelo tra mercato e politica è una estrema semplificazione che permette di rendere il concetto più immediatamente traducibile, ma non vuole avvallare una narrazione che trasforma le scelte politiche in scelte tra prodotti, benché qualcuno abbia trasformato i partiti in supermercati.


[1] Il pollo di gomma con carrucola è un giocattolo, che si fa notare soprattutto per la sua apparente inutilità, ma che sprigiona anche un grande fascino immaginifico. C’è chi giura però che non sia per nulla inutile e che anzi sia utilissimo e che riesca ad adattarsi ad usi sempre nuovi, perché la sua efficacia sta tutta nell’immaginazione di chi lo usa. Preceduto dall’esortazione “salveremo il mondo con…”, è anche la descrizione che da sempre accompagna il profilo Twitter di Elly Schlein https://twitter.com/ellyesse

[2] Un’antropologia delle forze by José Gil, Einaudi (Nodi; 3), Economic pocket edition – Anobii

[3] Pierre Clastres – Wikipedia

[4] Chieftain è da intendersi come colui o colei a cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella vita della comunità, che non è necessariamente di guida (se non come spesso avviene in situazione di guerra o conflitto). A seconda delle culture e delle pratiche la figura di chieftain può essere ricoperta sia da un uomo che da una donna. Questa è la ragione per cui preferisco parlare di “Chieftain” nella locuzione inglese piuttosto di tradurla con “Capo Villaggio”.

[5] Pierre Clastres, La società contro lo Stato, Eleuthera, 2022

[6] il termine inglese “enforcement” chiarisce molto bene il legame tra applicazione della legge e uso della forza.

[7] Clastres in questa analisi trae ispirazione dal libro di Robert H. Lowie, Social Organization, Routledge & Kegan Paul, London, 1950

[8] https://en.wikipedia.org/wiki/Long_tail ; paragraph: “Chris Anderson and Clay Shirky”

[9] https://www.ibs.it/modernita-liquida-libro-zygmunt-bauman/e/9788842097358#cc-anchor-descrizione

[10] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/18/cambridge-analytica-ecco-come-ha-sfruttato-i-big-data-per-spingere-lelezione-di-trump-linchiesta-di-fqmillenium/4234826/

[11] Il punto di partenza per la carta dei valori potrebbe essere il libro di Elly Schlein, “La nostra parte”, Mondadori, 2022

[12] Mi ha molto colpito la richiesta nel corso di alcune manifestazioni recenti, da parte degli organizzatori, di acconsentire alla presenza di partiti politici a patto che non avessero bandiere o simboli di riconoscimento. In “ New power. L’arte del potere nel XXI secolo, Einaudi, 2020” gli autori Jeremy Heimans, Henry Timms, ci spiegano come il nuovo potere all’epoca dei social e di internet non è verticale, ma aspira ad essere orizzontale e per questa ragione gran parte delle campagne che funzionano sono quelle che non impongono i propri loghi e i propri simboli o le proprie priorità, ma quelle che riescono a farsi portavoce di istanze che nascono dal basso e consentono agli attivisti di dare le forme della riconoscibilità alle campagne stesse per esempio consentendo di hackerare il logo o la visual identity di una campagna così di interiorizzarla e farla propria.

[13] Per contrasto si fa l’esempio del più tradizionale dei partiti che attualmente esiste in Italia e cioè il PD, che mette la descrizione del logo, addirittura come primo articolo del proprio statuto.

Le campagne elettorali si stanno succedendo in modo sempre più stanco e noioso.

Le tematiche per quanto importanti, per quanto concrete, per quanto vicine alle persone fanno sempre più fatica ad “arrivare” nel discorso pubblico.

Quando, nonostante le differenze evidenti, le tematiche non arrivano all’orecchio e alla testa delle persone, a prevalere sono le modalità con cui vengono espresse.

Ormai da almeno trent’anni (diciamo da Berlusconi in poi) i temi e le modalità sono strettamente interconnesse (Mc Luhan, avrebbe detto anche da prima visto che per lui il mezzo è il messaggio) e chi usa gli strumenti più popolari o più pop (TV e Social media, ma anche la classica cartellonistica di cui fa molto uso in particolare l’estrema destra) si rivolge alla pancia delle persone e modula il messaggio di conseguenza.

Chi invece parla soprattutto attraverso i giornali o i talk show invece, reclama di voler parlare alla testa delle persone.

Secondo questo schema i partiti cosiddetti populisti si rivolgono alla pancia, ai sentimenti più basilari dei cittadini, mentre i partiti governisti o responsabili si rivolgono alla testa, alla capacità di analisi e alla volontà di comprensione di fenomeni complessi.

Questo è lo schema della narrazione più diffusa intorno alle differenze tra le offerte politiche delle recenti campagne elettorali. Si tratta chiaramente di tendenze, perchè è evidente come tutti usino tutti gli strumenti comunicativi a disposizione, ma cambiano l’intensità e soprattutto la presa..

Ciascuna prospettiva si alimenta poi di una propria narrazione: molto forte e coerente per quanto riguarda i partiti populisti; molto più complessa e meno immediata quella dei partiti responsabili.

La prima narrazione propone un modello di ritorno ad un passato noto che possa risolvere le tante contraddizioni del presente riproponendo un mondo chiuso e però conosciuto che trae forza dal richiamo suadente della riproposizione dei “good old times”.

La seconda invece, quando non in malafede, aspira ad affrontare la complessità del presente proponendo soluzioni tecniche efficaci che su singole questioni identifica i provvedimenti più corretti.

È evidente come questa seconda narrazione sia più difficile da spiegare e utilizzi perciò canali di comunicazione più complessi e si vada a rivolgere pertanto anche a cittadini che statisticamente hanno titoli di studio più elevati e redditi alti (il fatto che le due cose spesso coincidano è un problema di disuguaglianza che ci portiamo dietro dalla rivoluzione industriale).

Questo fa si che la società venga di fatto divisa in due e che le tematiche siano percepite come divisive quasi sempre.

I grandi partiti di massa del passato, in piena epoca ideologica, proponevano invece visioni del mondo coerenti e universalistiche che parlavano a tutta la società, avendo chiaramente prospettive diverse, ma sempre con l’intento di avere una società coesa.

Questo è ciò di cui ci sarebbe bisogno ora, in un paese stremato dalle crisi e molto atomizzato al suo interno.

Questa narrazione “visionaria” non parla nè alla pancia nè alla testa, o meglio parla ad entrambe, ma parla soprattutto alla nostra capacità di immaginazione.

Quello che avrebbe senso proporre è una visione del mondo coerente, il mondo che vorremmo, e che invece non esce, in particolare dalla narrazione della sinistra.

La destra ha una visione del mondo, passatista se volete, ma ce l’ha. Mentre la sinistra è invischiata nei tecnicismi, ma non ci spiega che mondo vuole. Su questo va detto che in modo magari goffo e ingenuo, il M5S ha tentato di immaginare un mondo diverso. Calenda e Renzi propongono invece il mantenimento dello status quo fondato sul potere delle attuali elite. Il centrosinistra è nel mezzo.

Per uscirne ha bisogno di uno scatto di visionarietà.

Che mondo vogliamo dopo le quattro grandi crisi che stiamo vivendo: economica, pandemica, geopolitica e ambientale?

Davvero ci basta qualche re-imbullonatura riformista? Davvero ci basta dare una aggiustatina qui e là alla EU e alla NATO? Davvero ci basta una pennellata di green sulle nostre economie e qualche aggiustamento ai bonus e ai sussidi?

Siamo arrivati al punto per cui si devono affrontare le grandi questioni di sistema e in democrazia vanno affrontate in un dibattito pubblico.

– Come ci immaginiamo possa essere l’equilibrio geopolitico futuro? Dove vogliamo stare? Dove vogliamo che stia l’EU? (Magari unita e neutrale e autonoma dagli USA in cui potrebbe peraltro tornare Trump?)

– Cosa vogliamo fare con il capitalismo? Possiamo riprendere in mano cose fondamentali come per esempio la ridiscussione del PIL? Le tasse per le multinazionali? Non solo un salario minimo, ma anche un tetto agli stipendi dei top manager? Possiamo dire che è intollerabile che si chieda a chi fa babysitting o ripetizioni per arrotondare di pagarci le tasse e invece che Amazon se la cavi con due lire?

– L’EU può diventare finalmente democratica, dando al parlamento EU l’ultima parola?

– Possiamo parlare del Mediterraneo come di uno spazio naturale di scambio e relazioni e non di un confine? Perchè dove creaiamo un confine generiamo periferie, geografiche, ma anche sociali ed economiche. Quando questo splendido mare invece, è uno dei tanti centri del mondo. Se parliamo di confini e blocchi navali, alimenteremo soltanto l’instabilità e le disuguaglianze.

– Vogliamo dire che la demografia in Italia avrà un impatto gigantesco sulle nostre vite nei prossimi anni? Nel 2070 perderemo quasi un quarto della popolazione attuale. Che impatto avrà questo sulla nostra economia (ma anche sul valore della nostra casa in cui abbiamo messo tutti i risparmi)?

Questi sono alcuni dei grandi temi che abbiamo l’occasione di affrontare costruendo una visione coerente, che si rivolga davvero a tutti e tutte. La sinistra ha già in seno molte delle risposte a queste domande, per la creazione di un mondo più giusto e più equo, basterebbe ripartire da tante delle battaglie che avevano accompagnato il Movimento dei movimenti e Genova 2001, prima che il tutto venisse tramortito dalla reazione esagerata e scomposta dei governi del G7 e dalla lotta contro il terrorismo.

La cooperazione internazionale del futuro dovrà confrontarsi probabilmente con alcune trasformazioni, che porteranno di conseguenza ad alcuni necessari adattamenti

Semplificando molto potremmo dire la Cooperazione Internazionale ha attraversato tre grandi fasi.

La prima vissuta nella contrapposizione est-ovest, in cui di fatto era strumento per la creazione del consenso e l’espansione del dominio dell’occidente o del blocco comunista.

La seconda invece alimentato dalla frattura nord-sud, in cui il sud “sottosviluppato” avrebbe attraverso il “nostro” aiuto, raggiunto lo stesso livello di ricchezza e democrazia del “nord globale”.

La terza fase attuale è rappresentata da un ordine multipolare in cui i vecchi centri di potere stanno perdendo appeal e nuovi ne stanno nascendo. L’ordine multipolare che si è venuto a determinare prevede vari soggetti non solo statuali, di cui la cooperazione internazionale deve tenere conto.

Soggetti di un nuovo protagonismo dovranno essere gli attivatori delle cosiddette “local actions”, le azioni locali, portate avanti dalle ong locali, le organizzazioni di base, le organizzazioni delle diaspore, gli enti locali e tanti altri soggetti della società civile riconosciuti o informali.

Ne abbiamo avuto un assaggio, durante la risposta umanitaria alla crisi pandemica da covid19. Mentre la macchina della risposta tradizionale ha dovuto fare i conti con le inevitabili limitazioni di movimento che la pandemia ha provocato, la risposta sul terreno è stata di fatto assicurata proprio dalle “local actions”. ODI ci presenta 5 trend che stanno emergendo o forse, che la pandemia ha soltanto evidenziato.

Di certo, siamo costretti a riflettere con ancora più forza sul ruolo che le Organizzazioni internazionali (sia Non governative, che multilaterali oltrechè naturalmente le più tradizionali di tutte e cioè le bilaterali) possono svolgere in un contesto completamente rinnovato e multipolare.

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La cosiddetta “cancel culture”, le cui istanze si sono molto diffuse anche in Italia, parte dall’assunto fallace, che la trasformazione nominale di alcuni luoghi possa rappresentare la ricomposizione di un torto, la cancellazione di un crimine in modo permanente, come se la rinominazione di una strada o di un monumento possa sanare una frattura una volta per tutte.

Una posizione radicale e critica però non può far altro che opporsi alla cancel culture perchè non da mai per risolto il conflitto, ma lo ritiene inevitabile e continua piuttosto a problematizzarne le espressioni.

L’esempio del corso Harnet ad Asmara, che significa Libertà e che sostituisce le tracce coloniali precedenti (l’italiana “corso Italia” e l’etiope “corso Hailè Salassiè”) rappresenta un esempio incredibilmente chiaro di come il cambiamento di un nome non risolva in realtà la questione.

Dopo le tragiche vicissitudini coloniali, l’Eritrea si è trovata a testimoniare infatti l’altrettanto tragico destino della attuale dittatura di Afworki, il quale attribuendo il nome di “corso Libertà” alla principale arteria di Asmara, non ha fatto altro che aggiungere all’espressione di dominio, uno dei suoi aspetti più crudeli: l’incuranza delle contraddizioni e del paradosso.

Per le dinamiche coloniali (e quelle dittatoriali certamente lo sono) la rinominazione è atto di potere puro, che vale per quello che il potere intende.

Il paradosso e la problematizzazione sfuggono però totalmente a questa pratica, e colgono la conflittualità e la problematicità che la agita nel profondo.

La problematizzazione è dunque dispositivo necessario per la decolonizzazione e il ribilanciamento del potere, molto più che una rinominazione, che pensando di fissare un ordine di potere nel nome finisce invece per consolidarne la logica di fondo e perdendosi l’opportunità di fare l’unica cosa che davvero tiene in equilibrio instabile il potere, e cioè il conflitto di significati e discorsi.

Il potere è qui inteso come “estensione del sé” nella definizione di Byung Chul Han.

Nel colonialismo, i luoghi altri sono conquistati e divengono estensioni della metropoli, della città madre.Il colonialismo è dunque rappresentazione del potere nella sua forma più pura e immediatamente riconoscibile.

Il colonialismo si nutre di un immaginario di superiorità e dipendenza che è stato costruito nel tempo e che si protrae fino a noi.
Il dispositivo della creazione artistica, l’atto poetico è dunque il necessario atto di sovvertimento del potere e di costruzione dell’immaginario senza potere, ma di equilibrio delle forze.

La decolonizzazione è dunque pratica di riequilibrio del potere, di sottrazione all’estensione di un sè coloniale, da effettuare anzitutto ricostruendo nuovi immaginari.

L’atto poetico, l’atto immaginifico di costruzione di un nuovo equilibrio è dunque l’atto di decolonizzazione più potente.

La democrazia può scampare al rischio dell’irrilevanza soltanto se include anche le minoranze.

Ecco perchè la democrazia non può essere altro che espansiva e instabile, una cavalcata infinita per l’estensione dei diritti fino a raggiungere ogni minoranza e ogni persona, sia sul fronte dei diritti civili, che sociali, sia entro i suoi confini, che fuori.

Ecco perchè la democrazia invece muore, quando tenta di rinchiudersi e proteggersi, quando erge muri nella speranza di conservare ciò che ha ottenuto, illudendosi di mantenere i diritti che ha conquistato e di congelare l’equilibrio che ha creato.

Solo diffondendosi e al contempo mettendosi in discussione, la democrazia potrà essere la culla dei diritti e non la loro tomba.

Solo accrescendo la propria autorevolezza potrà continuare ad esistere.

L’ordine globale del 2021 è molto diverso da quello di vent’anni fa. Allora, gli USA uscivano da un decennio di consolidamento della propria egemonia nata dalla vittoria della guerra fredda.

Oggi, invece gli USA e l’occidente, sono una potenza in rapido decadimento, sia per l’emergere di altre potenze, (Cina, Russia, Turchia, India, ecc.), che per la perdita di autorevolezza autoimposta dalla propria mancanza di visione e di coerenza.

Questi vent’anni hanno mostrato infatti come i valori democratici e di rispetto dei diritti umani fossero spesso solo una formula di facciata, che nascondevano la solita real politik, al servizio di obiettivi temporanei.

La geopolitica di questi vent’anni è stata totalmente sottomessa ad azioni reattive, prima contro il terrorismo, poi contro la migrazione, e mai propositive o di visione, l’occidente ha agito animato dall’intenzione di soddisfare i più biechi istinti delle proprie opinioni pubbliche, che ha anche miopemente alimentato, senza rendersi conto che ciò che alimentava in realtà era una propria schizofrenica immagine di sè.

Ha promosso la libertà e la democrazia con politiche di sicurezza che proprio quella libertà limitavano, ha promosso i diritti umani, togliendoli però a chi desiderava arrivare in Europa o negli Stati Uniti semplicemente perchè aveva creduto alla propaganda del benessere e dei diritti occidentali.

E così ha perso prima la propria credibilità e poi la propria autorevolezza.

In quale modo l’occidente pensi perciò di riacquistare una propria centralità in questo contesto è del tutto sconosciuto. Ormai il re è nudo e al paravento dei diritti e della democrazia si è sostituita solo l’immagine plastica dell’interesse e della difesa della rendita di posizione, per di più aggravata dalla totale incapacità di analisi, tanto che alcune soluzioni ai nostri problemi (per esempio la migrazione, o la transizione ecologica) sono percepite come minacce.

Senza quel minimo di credibilità e autorevolezza che erano determinate dalla lotta per alcuni principi e valori, l’occidente non è più i grado di portare avanti una visione coerente e una costruzione del mondo futuro, ma è semplicemente ostaggio delle negoziazioni estenuanti e al ribasso con gli Erdogan, i Putin, i Xi Jin Ping, i Modi…

Continuo a pensare che l’unica soluzione passi per i movimenti della società civile, sempre più globali e interconnessi.

La politica e la geopolitica sono diventate così complesse che è necessario uno sguardo obliquo per riuscire a prevedere le conseguenze di qualsiasi azione.

Come in un gomitolo disordinato, quando tiri un filo da una parte non sai cosa succederà dall’altra, il mondo di oggi ci apre a conseguenze inaspettate e incerte.

In un tale contesto anche il nostro modo i guardare alla realtà deve cambiare. La complessità può essere solo colta con una sguardo obliquo che sappia non tanto prevedere, ma immaginare possibili conseguenze. Lo sforzo davvero fondamentale è quello immaginifico a creativo che solo uno aguardo che riesce a tenere d’occhio contemporaneamente ambiti anche molto diversi tra loro riesce a cogliere.

La grande quantità di riferimenti alla sovranità a cui siamo stati abituati negli ultimi anni ha dato vita addirittura ad un neologismo: “sovranismo”.

Il termine vorrebbe intendere la necessità di un rafforzamento della voce dei popoli, in un contesto in cui a dominare sono invece le elites.

Di per sè, quindi, questo movimento intercetta un problema gigantesco, quello della globalizzazione delle Elites, e propone un metodo, che è quello del maggio ruolo dei popoli.

Il problema, nasce nel momento in cui si tratta di capire quali popoli. E qui la risposta proposta oltre as essere profondamente ingiusta, è anche perfettamente inefficace.

La visione sovranista, è una visione razzista e proprietaria, che considera un territorio, come oggetto da possedere, così come gli uomini e le donne (soprattutto loro) che vi abitano.

Una visione in cui il potere è inteso come possesso, nella semplificaziobe più acerba possibile del suo significato, tralasciando da una parte l’analisi complessa del potere, tanto da pensare che elites che garantiscano l’italianità, siano di per sè migliori di altre, e dall’altra sbagliando completamente la soluzione, immaginando che basti la forza di un solo paese ad affrontare le elites globali, invece di una risposta dal basso, ma ugualmente globale.

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