Le campagne elettorali si stanno succedendo in modo sempre più stanco e noioso.

Le tematiche per quanto importanti, per quanto concrete, per quanto vicine alle persone fanno sempre più fatica ad “arrivare” nel discorso pubblico.

Quando, nonostante le differenze evidenti, le tematiche non arrivano all’orecchio e alla testa delle persone, a prevalere sono le modalità con cui vengono espresse.

Ormai da almeno trent’anni (diciamo da Berlusconi in poi) i temi e le modalità sono strettamente interconnesse (Mc Luhan, avrebbe detto anche da prima visto che per lui il mezzo è il messaggio) e chi usa gli strumenti più popolari o più pop (TV e Social media, ma anche la classica cartellonistica di cui fa molto uso in particolare l’estrema destra) si rivolge alla pancia delle persone e modula il messaggio di conseguenza.

Chi invece parla soprattutto attraverso i giornali o i talk show invece, reclama di voler parlare alla testa delle persone.

Secondo questo schema i partiti cosiddetti populisti si rivolgono alla pancia, ai sentimenti più basilari dei cittadini, mentre i partiti governisti o responsabili si rivolgono alla testa, alla capacità di analisi e alla volontà di comprensione di fenomeni complessi.

Questo è lo schema della narrazione più diffusa intorno alle differenze tra le offerte politiche delle recenti campagne elettorali. Si tratta chiaramente di tendenze, perchè è evidente come tutti usino tutti gli strumenti comunicativi a disposizione, ma cambiano l’intensità e soprattutto la presa..

Ciascuna prospettiva si alimenta poi di una propria narrazione: molto forte e coerente per quanto riguarda i partiti populisti; molto più complessa e meno immediata quella dei partiti responsabili.

La prima narrazione propone un modello di ritorno ad un passato noto che possa risolvere le tante contraddizioni del presente riproponendo un mondo chiuso e però conosciuto che trae forza dal richiamo suadente della riproposizione dei “good old times”.

La seconda invece, quando non in malafede, aspira ad affrontare la complessità del presente proponendo soluzioni tecniche efficaci che su singole questioni identifica i provvedimenti più corretti.

È evidente come questa seconda narrazione sia più difficile da spiegare e utilizzi perciò canali di comunicazione più complessi e si vada a rivolgere pertanto anche a cittadini che statisticamente hanno titoli di studio più elevati e redditi alti (il fatto che le due cose spesso coincidano è un problema di disuguaglianza che ci portiamo dietro dalla rivoluzione industriale).

Questo fa si che la società venga di fatto divisa in due e che le tematiche siano percepite come divisive quasi sempre.

I grandi partiti di massa del passato, in piena epoca ideologica, proponevano invece visioni del mondo coerenti e universalistiche che parlavano a tutta la società, avendo chiaramente prospettive diverse, ma sempre con l’intento di avere una società coesa.

Questo è ciò di cui ci sarebbe bisogno ora, in un paese stremato dalle crisi e molto atomizzato al suo interno.

Questa narrazione “visionaria” non parla nè alla pancia nè alla testa, o meglio parla ad entrambe, ma parla soprattutto alla nostra capacità di immaginazione.

Quello che avrebbe senso proporre è una visione del mondo coerente, il mondo che vorremmo, e che invece non esce, in particolare dalla narrazione della sinistra.

La destra ha una visione del mondo, passatista se volete, ma ce l’ha. Mentre la sinistra è invischiata nei tecnicismi, ma non ci spiega che mondo vuole. Su questo va detto che in modo magari goffo e ingenuo, il M5S ha tentato di immaginare un mondo diverso. Calenda e Renzi propongono invece il mantenimento dello status quo fondato sul potere delle attuali elite. Il centrosinistra è nel mezzo.

Per uscirne ha bisogno di uno scatto di visionarietà.

Che mondo vogliamo dopo le quattro grandi crisi che stiamo vivendo: economica, pandemica, geopolitica e ambientale?

Davvero ci basta qualche re-imbullonatura riformista? Davvero ci basta dare una aggiustatina qui e là alla EU e alla NATO? Davvero ci basta una pennellata di green sulle nostre economie e qualche aggiustamento ai bonus e ai sussidi?

Siamo arrivati al punto per cui si devono affrontare le grandi questioni di sistema e in democrazia vanno affrontate in un dibattito pubblico.

– Come ci immaginiamo possa essere l’equilibrio geopolitico futuro? Dove vogliamo stare? Dove vogliamo che stia l’EU? (Magari unita e neutrale e autonoma dagli USA in cui potrebbe peraltro tornare Trump?)

– Cosa vogliamo fare con il capitalismo? Possiamo riprendere in mano cose fondamentali come per esempio la ridiscussione del PIL? Le tasse per le multinazionali? Non solo un salario minimo, ma anche un tetto agli stipendi dei top manager? Possiamo dire che è intollerabile che si chieda a chi fa babysitting o ripetizioni per arrotondare di pagarci le tasse e invece che Amazon se la cavi con due lire?

– L’EU può diventare finalmente democratica, dando al parlamento EU l’ultima parola?

– Possiamo parlare del Mediterraneo come di uno spazio naturale di scambio e relazioni e non di un confine? Perchè dove creaiamo un confine generiamo periferie, geografiche, ma anche sociali ed economiche. Quando questo splendido mare invece, è uno dei tanti centri del mondo. Se parliamo di confini e blocchi navali, alimenteremo soltanto l’instabilità e le disuguaglianze.

– Vogliamo dire che la demografia in Italia avrà un impatto gigantesco sulle nostre vite nei prossimi anni? Nel 2070 perderemo quasi un quarto della popolazione attuale. Che impatto avrà questo sulla nostra economia (ma anche sul valore della nostra casa in cui abbiamo messo tutti i risparmi)?

Questi sono alcuni dei grandi temi che abbiamo l’occasione di affrontare costruendo una visione coerente, che si rivolga davvero a tutti e tutte. La sinistra ha già in seno molte delle risposte a queste domande, per la creazione di un mondo più giusto e più equo, basterebbe ripartire da tante delle battaglie che avevano accompagnato il Movimento dei movimenti e Genova 2001, prima che il tutto venisse tramortito dalla reazione esagerata e scomposta dei governi del G7 e dalla lotta contro il terrorismo.

La cooperazione internazionale del futuro dovrà confrontarsi probabilmente con alcune trasformazioni, che porteranno di conseguenza ad alcuni necessari adattamenti

Semplificando molto potremmo dire la Cooperazione Internazionale ha attraversato tre grandi fasi.

La prima vissuta nella contrapposizione est-ovest, in cui di fatto era strumento per la creazione del consenso e l’espansione del dominio dell’occidente o del blocco comunista.

La seconda invece alimentato dalla frattura nord-sud, in cui il sud “sottosviluppato” avrebbe attraverso il “nostro” aiuto, raggiunto lo stesso livello di ricchezza e democrazia del “nord globale”.

La terza fase attuale è rappresentata da un ordine multipolare in cui i vecchi centri di potere stanno perdendo appeal e nuovi ne stanno nascendo. L’ordine multipolare che si è venuto a determinare prevede vari soggetti non solo statuali, di cui la cooperazione internazionale deve tenere conto.

Soggetti di un nuovo protagonismo dovranno essere gli attivatori delle cosiddette “local actions”, le azioni locali, portate avanti dalle ong locali, le organizzazioni di base, le organizzazioni delle diaspore, gli enti locali e tanti altri soggetti della società civile riconosciuti o informali.

Ne abbiamo avuto un assaggio, durante la risposta umanitaria alla crisi pandemica da covid19. Mentre la macchina della risposta tradizionale ha dovuto fare i conti con le inevitabili limitazioni di movimento che la pandemia ha provocato, la risposta sul terreno è stata di fatto assicurata proprio dalle “local actions”. ODI ci presenta 5 trend che stanno emergendo o forse, che la pandemia ha soltanto evidenziato.

Di certo, siamo costretti a riflettere con ancora più forza sul ruolo che le Organizzazioni internazionali (sia Non governative, che multilaterali oltrechè naturalmente le più tradizionali di tutte e cioè le bilaterali) possono svolgere in un contesto completamente rinnovato e multipolare.

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La cosiddetta “cancel culture”, le cui istanze si sono molto diffuse anche in Italia, parte dall’assunto fallace, che la trasformazione nominale di alcuni luoghi possa rappresentare la ricomposizione di un torto, la cancellazione di un crimine in modo permanente, come se la rinominazione di una strada o di un monumento possa sanare una frattura una volta per tutte.

Una posizione radicale e critica però non può far altro che opporsi alla cancel culture perchè non da mai per risolto il conflitto, ma lo ritiene inevitabile e continua piuttosto a problematizzarne le espressioni.

L’esempio del corso Harnet ad Asmara, che significa Libertà e che sostituisce le tracce coloniali precedenti (l’italiana “corso Italia” e l’etiope “corso Hailè Salassiè”) rappresenta un esempio incredibilmente chiaro di come il cambiamento di un nome non risolva in realtà la questione.

Dopo le tragiche vicissitudini coloniali, l’Eritrea si è trovata a testimoniare infatti l’altrettanto tragico destino della attuale dittatura di Afworki, il quale attribuendo il nome di “corso Libertà” alla principale arteria di Asmara, non ha fatto altro che aggiungere all’espressione di dominio, uno dei suoi aspetti più crudeli: l’incuranza delle contraddizioni e del paradosso.

Per le dinamiche coloniali (e quelle dittatoriali certamente lo sono) la rinominazione è atto di potere puro, che vale per quello che il potere intende.

Il paradosso e la problematizzazione sfuggono però totalmente a questa pratica, e colgono la conflittualità e la problematicità che la agita nel profondo.

La problematizzazione è dunque dispositivo necessario per la decolonizzazione e il ribilanciamento del potere, molto più che una rinominazione, che pensando di fissare un ordine di potere nel nome finisce invece per consolidarne la logica di fondo e perdendosi l’opportunità di fare l’unica cosa che davvero tiene in equilibrio instabile il potere, e cioè il conflitto di significati e discorsi.

Il potere è qui inteso come “estensione del sé” nella definizione di Byung Chul Han.

Nel colonialismo, i luoghi altri sono conquistati e divengono estensioni della metropoli, della città madre.Il colonialismo è dunque rappresentazione del potere nella sua forma più pura e immediatamente riconoscibile.

Il colonialismo si nutre di un immaginario di superiorità e dipendenza che è stato costruito nel tempo e che si protrae fino a noi.
Il dispositivo della creazione artistica, l’atto poetico è dunque il necessario atto di sovvertimento del potere e di costruzione dell’immaginario senza potere, ma di equilibrio delle forze.

La decolonizzazione è dunque pratica di riequilibrio del potere, di sottrazione all’estensione di un sè coloniale, da effettuare anzitutto ricostruendo nuovi immaginari.

L’atto poetico, l’atto immaginifico di costruzione di un nuovo equilibrio è dunque l’atto di decolonizzazione più potente.

La democrazia può scampare al rischio dell’irrilevanza soltanto se include anche le minoranze.

Ecco perchè la democrazia non può essere altro che espansiva e instabile, una cavalcata infinita per l’estensione dei diritti fino a raggiungere ogni minoranza e ogni persona, sia sul fronte dei diritti civili, che sociali, sia entro i suoi confini, che fuori.

Ecco perchè la democrazia invece muore, quando tenta di rinchiudersi e proteggersi, quando erge muri nella speranza di conservare ciò che ha ottenuto, illudendosi di mantenere i diritti che ha conquistato e di congelare l’equilibrio che ha creato.

Solo diffondendosi e al contempo mettendosi in discussione, la democrazia potrà essere la culla dei diritti e non la loro tomba.

Solo accrescendo la propria autorevolezza potrà continuare ad esistere.

L’ordine globale del 2021 è molto diverso da quello di vent’anni fa. Allora, gli USA uscivano da un decennio di consolidamento della propria egemonia nata dalla vittoria della guerra fredda.

Oggi, invece gli USA e l’occidente, sono una potenza in rapido decadimento, sia per l’emergere di altre potenze, (Cina, Russia, Turchia, India, ecc.), che per la perdita di autorevolezza autoimposta dalla propria mancanza di visione e di coerenza.

Questi vent’anni hanno mostrato infatti come i valori democratici e di rispetto dei diritti umani fossero spesso solo una formula di facciata, che nascondevano la solita real politik, al servizio di obiettivi temporanei.

La geopolitica di questi vent’anni è stata totalmente sottomessa ad azioni reattive, prima contro il terrorismo, poi contro la migrazione, e mai propositive o di visione, l’occidente ha agito animato dall’intenzione di soddisfare i più biechi istinti delle proprie opinioni pubbliche, che ha anche miopemente alimentato, senza rendersi conto che ciò che alimentava in realtà era una propria schizofrenica immagine di sè.

Ha promosso la libertà e la democrazia con politiche di sicurezza che proprio quella libertà limitavano, ha promosso i diritti umani, togliendoli però a chi desiderava arrivare in Europa o negli Stati Uniti semplicemente perchè aveva creduto alla propaganda del benessere e dei diritti occidentali.

E così ha perso prima la propria credibilità e poi la propria autorevolezza.

In quale modo l’occidente pensi perciò di riacquistare una propria centralità in questo contesto è del tutto sconosciuto. Ormai il re è nudo e al paravento dei diritti e della democrazia si è sostituita solo l’immagine plastica dell’interesse e della difesa della rendita di posizione, per di più aggravata dalla totale incapacità di analisi, tanto che alcune soluzioni ai nostri problemi (per esempio la migrazione, o la transizione ecologica) sono percepite come minacce.

Senza quel minimo di credibilità e autorevolezza che erano determinate dalla lotta per alcuni principi e valori, l’occidente non è più i grado di portare avanti una visione coerente e una costruzione del mondo futuro, ma è semplicemente ostaggio delle negoziazioni estenuanti e al ribasso con gli Erdogan, i Putin, i Xi Jin Ping, i Modi…

Continuo a pensare che l’unica soluzione passi per i movimenti della società civile, sempre più globali e interconnessi.

La politica e la geopolitica sono diventate così complesse che è necessario uno sguardo obliquo per riuscire a prevedere le conseguenze di qualsiasi azione.

Come in un gomitolo disordinato, quando tiri un filo da una parte non sai cosa succederà dall’altra, il mondo di oggi ci apre a conseguenze inaspettate e incerte.

In un tale contesto anche il nostro modo i guardare alla realtà deve cambiare. La complessità può essere solo colta con una sguardo obliquo che sappia non tanto prevedere, ma immaginare possibili conseguenze. Lo sforzo davvero fondamentale è quello immaginifico a creativo che solo uno aguardo che riesce a tenere d’occhio contemporaneamente ambiti anche molto diversi tra loro riesce a cogliere.

La grande quantità di riferimenti alla sovranità a cui siamo stati abituati negli ultimi anni ha dato vita addirittura ad un neologismo: “sovranismo”.

Il termine vorrebbe intendere la necessità di un rafforzamento della voce dei popoli, in un contesto in cui a dominare sono invece le elites.

Di per sè, quindi, questo movimento intercetta un problema gigantesco, quello della globalizzazione delle Elites, e propone un metodo, che è quello del maggio ruolo dei popoli.

Il problema, nasce nel momento in cui si tratta di capire quali popoli. E qui la risposta proposta oltre as essere profondamente ingiusta, è anche perfettamente inefficace.

La visione sovranista, è una visione razzista e proprietaria, che considera un territorio, come oggetto da possedere, così come gli uomini e le donne (soprattutto loro) che vi abitano.

Una visione in cui il potere è inteso come possesso, nella semplificaziobe più acerba possibile del suo significato, tralasciando da una parte l’analisi complessa del potere, tanto da pensare che elites che garantiscano l’italianità, siano di per sè migliori di altre, e dall’altra sbagliando completamente la soluzione, immaginando che basti la forza di un solo paese ad affrontare le elites globali, invece di una risposta dal basso, ma ugualmente globale.

Per spiegare Renzi, ci serve Carl Schmitt, secondo il quale il sovrano è colui che decide nello stato d’eccezione.

Renzi non ha potuto sopportare che Conte fosse il Presidente del Consiglio nello stato d’eccezione creato dalla pandemia del Covid19 e ha così tramato, perchè ci fosse un PdC più in linea con la sua immagine di “sovrano” e questo ci dice molto sulla sua idea di sovranità.

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