In un piccolo libello intitolato “Un’ Antropologia delle forze” pubblicato nel 1983 da Einaudi, l’antropologo portoghese José Gil ci spiega come i principi di fondo dell’obbedienza statuale non siano assoluti e neppure eterni.

Se la politica nell’occidente è intesa come esercizio del potere in una logica verticale di comando e obbedienza, o diremmo anche di sovranità,  lo stesso non può essere detto per le società “primitive” (erano gli anni ’80 e le definiva ancora così, io preferisco chiamarle società “non-statuali”).

Al principio di sovranità è sempre collegato quello di sottomissione. Se c’è un “sovrano” che sta sopra, ci sarà anche un “suddito” che sta sotto, in una relazione verticale di obbedienza. E questo avviene sia che sia sottomissione al sovrano appunto, oppure al dittatore o alla legge e in ogni caso allo stato che è l’istituzione più rappresentativa del principio di sovranità.

La suggestione più interessante è quella di quando ci spiega la differenza nelle dinamiche tra le forze nello “stato-nazione” moderno e  nelle società “non-statuali”. Lo stato-nazione come istituzione, si fonda sul principio del monopolio della forza che è conseguenza diretta e condizione necessaria per l’esercizio della sovranità. Solo lo stato infatti puo’ usare la violenza  o  permetterne l’uso.

Partendo da una rilettura originale di Pierre Clastres e per spiegare come le società “non-statuali” siano diverse da quelle moderne, Gil introduce il concetto di forza.

Nelle società non-statuali, anche la funzione della principali delle istituzioni e cioè quella della “chieftainship” è diversa da quella della principale istituzione delle società statuali e cioè lo “Stato” stesso.  Mentre lo “stato” tende ad accumulare continuamente forza, così da poter mantenere il proprio primato, nelle società non-statuali la chieftanship si fonda sul principio dell’equilibrio delle forze e il chieftain, il capo villaggio, o capo clan, non accumula mai la forza, ma si fa piuttosto facilitatore e promotore dell’equilibrio tra le forze.

In una società globale,  che come direbbe Marshall MacLuhan è ristretta alla dimensione di un villaggio, è forse giunto il tempo di ripensare a quali possano essere le basi su cui fondare una governance globale che possa affrontare le sfide della contemporaneità, che hanno una dimensione sempre più globale.

Diventa necessario che si consideri perciò il principio dell’equilibrio delle forze e non quello della sovranità come fondamento di tale nuova governance.

Le forze in gioco dovrebbero tenere conto di una serie di constituencies (come per esempio stati-nazione; settore privato; Organizzazioni della società civile; Stampa, Accademia, Scienze e Arti; Gruppi religiosi) ciascuna che sceglierebbe sulla base di criteri propri i rappresentanti ai vari meccanismi di governance, piuttosto che su di una selezione fissa di partecipanti o su quella della rappresentanza.

Il principio di fondo è che i componenti di qualsiasi governing body non siano gli stati (che si fondano sul principio della sovranità), ma sulle forze e quindi sugli agenti che queste forze muovono e detengono (tra cui quindi anche gli stati, ma non solo loro).

La modalità in cui la governance di forze diverse si stabilisce, dipende dalla funzione che svolge. Possono essere governance di tipo normativo (trattati, che quindi si fondano sulla sovranità degli stati-nazione per poter operare), o anche di tipo positivo (in cui prevale la capacità di persuasione legata all’autorevolezza e alla reputazione dei tavoli o dei membri).

Sull’esempio di quanto avviene nelle società non statutali, una governance globale può svolgere anche altre funzioni come per esempio quello di offrire consigli, esprimere ciò che si può ritenere giusto o sbagliato, essere arbitro nelle liti se richiesto, mantenere una memoria collettiva. Insomma nelle società non statuali il politico si occupa di gestire la carenza di potere più che il suo esercizio, andando a colmare vuoti dove esistano e facendosi promotre di un equilibrio tra forze diverse.

Il potere e il politico nascono da uno squilibrio delle relazioni sociali e la società si equipaggia di dispositivi di contropotere, proprio per evitarne l’accumulazione.

Pensare ad una governance globale basata sul principio delle forze e non della sovranità, significa perciò costruire una società in cui si aspiri apertamente all’equilibrio tra le forze che la compongono e non all’illusione di una società guidata da una legge sovrana in cui le forze comunque si muovono, ma molto più nascostamente.

 

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