Lo stato-nazione è morto perchè ha esaurito il suo compito. Questi ultimi rigurgiti sovranisti e passatisti ne sono la più evidente conferma. Non si reclama infatti ciò che si ha già. Si reclama ciò che non c’è ancora o ciò che non c’è più (o sta svanendo).

La funzione dello stato-nazione si è esaurita quando la spinta capitalistica era determinata all’accaparramento delle risorse naturali e delle risorse umane. Per entrambe queste risorse lo stato-nazione era la formula ideale a garantirne il controllo. Ed in particolare era fondamentale l’idea del confine geografico, rigido e immodificabile che non è mai appartenuto alla nostra storia precedente (gli imperi e gli stati prima di Westfalia, avevano confini fluidi e porosi. La grande muraglia cinese, o il vallo di Adriano avevano anzitutto importanza militare e solo secondariamente amministrativa).

Il confine permetteva di attribuire la cittadinanza in modo chiaro, di gestire le risorse naturali in modo coerente all’interno dei confini di un certo stato-nazione, di avere una amministrazione unica, chiari limiti alla sovranità e alle responsabilità dei cittadini, una chiara area per l’esercizio dei loro diritti e doveri.

Con la globalizzazione però i confini si stanno mostrando inefficienti. Le risorse su cui questa fase capitalistica si fonda sono sempre più immateriali e meno geograficamente determinate. La conoscenza, la finanza, i big data, le energie rinnovabili, sono risorse sempre più fondamentali e numericamente rilevanti. Chiaramente avremo ancora bisogno di risorse naturali per produrre il nostro cibo e i nostri oggetti, ma saranno meno preponderanti che in passato.

Per un economia dell’immateriale lo stato-nazione e i confini che lo costituiscono sono sempre più problematici.

La vera sfida è quella perciò di trovare una formula che trascenda il principio di confine e di conseguenza quello di stato-nazione.

Per far questo mi domando se la formula più adatta non sia quella di una rete globale di città-stato.

Le città pongono l’enfasi sul centro e non sul confine ed è al loro interno che si produce gran parte dell’economia dell’immateriale.

Mentre i confini dividono, i centre invece attraggono e uniscono.

Per la cittadinanza dovremmo pensare ad un sistema di mutuo riconoscimento e non di una autorità centrale che la garantisca. In questo la blockchain ci può venire in aiuto. Resta fondamentale la gestione del territorio al di fuori dei “centri” rappresentati dalle città stato e per far questo dobbiamo riappropriarci del concetto di comunità fondato però non sulla semplice condivisione della residenza in un luogo geografico, ma dalla condivisione del comune obiettivo della cura di quel territorio.

La sfida è gigantesca, ma è di questo nuovo ordine che dobbiamo parlare. Una Unione Europea pensata solo come uno stato-nazione più grande, può essere un buon obiettivo intermedio, che scardini alcune dinamiche di potere, ma per il futuro dobbiamo pensare ancora più in grande.

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