Togliamo subito la suspense: Si è vero. I compiti a casa fanno male all’uguaglianza.

Chi proviene da un contesto socio-economico più favorevole avrà la possibilità di dedicare più tempo a svolgere i compiti a casa ottenendo di consequenza migliori risultati a scuola, mentre chi, anche solo perchè non ha un posto tranquillo dove svolgerli, o genitori meno presenti per assicurarsi che vengano completati, dedicherà meno tempo ai compiti e avrà di conseguenza risultati meno soddisfacenti.

Questo riproduce le disuguaglianze socio-economiche già presenti nella società, di fatto bloccando ogni possibilità di poter migliorare la propria condizione grazie ad una preparazione migliore. La scuola cioè rischia di essere la prima barriera a qualsiasi ascensore sociale.

Lo afferma uno studio dell’OCSE, che pone l’attenzione su di un tema che le famiglie vedono ormai con sempre maggior chiarezza. I compiti a casa, quelli per cui si litiga tra genitori e figli su base quasi quotidiana, alimentano e rinforzano le disuguaglianze di classe. Lo studio è del dicembre 2014, ma al di là dell’aggiornamento dei dati, mostra una correlazione che ci interroga.

In Italia poi i dati sono particolarmente scoraggianti. La differenza di ore di studio che gli studenti provenienti da contesti famigliari favorevoli, rispetto a quelli più svantaggiati, ammonta a 3.5 ore la settimana, rispetto ad un differenziale medio tra studenti provenienti da contesti favorevoli e svantaggiati nei paesi OCSE che ammonta a 1.6 ore. Questo si traduce in differenze significative anche sui risultati misurati atraverso i test PISA (tabella 3 dello stesso studio).

Ma allora basta fare più compiti per avere migliori risultati?

Non proprio. Questa affermazione è vera solo all’interno di ciascun sistema educativo, ma non è valido invece se confrontiamo sistemi educativi diversi. Il solito esempio è quello del sistema educativo finlandese. Gli studenti finlandesi fanno in media solo tre ore la settimana di compiti eppure raggiungono risultati migliori nei test PISA degli studenti italiani che invece di ore ai compiti ne dedicano più di sette la settimana (riferito ai dati del 2012)

Cosa fare quindi?

Come dice un altro studio dell’OCSE (2018), che analizza l’impatto delle condizioni socio-economiche degli studenti sui loro risultati nei test PISA, le disparità socio-economiche nelle performance appaiono presto e si allargano nel tempo.

La prima cosa da fare quindi è agire subito e farlo fin dalle scuole di primo grado.

Sembra inoltre evidente che il sistema educativo debba essere disegnato in modo radicalmente nuovo. Se vogliamo avere società più uguali in cui tutti i ragazzi abbiano le stesse opportunità va riformato il sistema, pensando probabilmente ad un sistema in cui i compiti a casa vengano ridotti per tutti e in cui la scuola torni ad essrre anzitutto il luogo dell’apprendimento, non quello in cui si verificano e valutano le competenze apprese al di fuori di essa.

Gli insegnanti sono insieme agli studenti, i primi a subire questo sistema e ad essere deprivati della loro funzione principale, quella di insegnare appunto, per diventare più che altro dei valutatori.

Il ruolo dei genitori e delle famiglie è importante, ma forse anche in questo caso vanno trovate nuove formule per un loro coinvolgimento che passi probabilmente da un ricostituito senso di comunità.

In ogni caso la scuola si mostra sempre più centrale nella società che vogliamo immaginare per il nostro futuro. Una società più giusta e più uguale infatti non può fare altro che partire proprio da qui.

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