La cosiddetta “cancel culture”, le cui istanze si sono molto diffuse anche in Italia, parte dall’assunto fallace, che la trasformazione nominale di alcuni luoghi possa rappresentare la ricomposizione di un torto, la cancellazione di un crimine in modo permanente, come se la rinominazione di una strada o di un monumento possa sanare una frattura una volta per tutte.

Una posizione radicale e critica però non può far altro che opporsi alla cancel culture perchè non da mai per risolto il conflitto, ma lo ritiene inevitabile e continua piuttosto a problematizzarne le espressioni.

L’esempio del corso Harnet ad Asmara, che significa Libertà e che sostituisce le tracce coloniali precedenti (l’italiana “corso Italia” e l’etiope “corso Hailè Salassiè”) rappresenta un esempio incredibilmente chiaro di come il cambiamento di un nome non risolva in realtà la questione.

Dopo le tragiche vicissitudini coloniali, l’Eritrea si è trovata a testimoniare infatti l’altrettanto tragico destino della attuale dittatura di Afworki, il quale attribuendo il nome di “corso Libertà” alla principale arteria di Asmara, non ha fatto altro che aggiungere all’espressione di dominio, uno dei suoi aspetti più crudeli: l’incuranza delle contraddizioni e del paradosso.

Per le dinamiche coloniali (e quelle dittatoriali certamente lo sono) la rinominazione è atto di potere puro, che vale per quello che il potere intende.

Il paradosso e la problematizzazione sfuggono però totalmente a questa pratica, e colgono la conflittualità e la problematicità che la agita nel profondo.

La problematizzazione è dunque dispositivo necessario per la decolonizzazione e il ribilanciamento del potere, molto più che una rinominazione, che pensando di fissare un ordine di potere nel nome finisce invece per consolidarne la logica di fondo e perdendosi l’opportunità di fare l’unica cosa che davvero tiene in equilibrio instabile il potere, e cioè il conflitto di significati e discorsi.