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La cooperazione internazionale del futuro dovrà confrontarsi probabilmente con alcune trasformazioni, che porteranno di conseguenza ad alcuni necessari adattamenti

Semplificando molto potremmo dire la Cooperazione Internazionale ha attraversato tre grandi fasi.

La prima vissuta nella contrapposizione est-ovest, in cui di fatto era strumento per la creazione del consenso e l’espansione del dominio dell’occidente o del blocco comunista.

La seconda invece alimentato dalla frattura nord-sud, in cui il sud “sottosviluppato” avrebbe attraverso il “nostro” aiuto, raggiunto lo stesso livello di ricchezza e democrazia del “nord globale”.

La terza fase attuale è rappresentata da un ordine multipolare in cui i vecchi centri di potere stanno perdendo appeal e nuovi ne stanno nascendo. L’ordine multipolare che si è venuto a determinare prevede vari soggetti non solo statuali, di cui la cooperazione internazionale deve tenere conto.

Soggetti di un nuovo protagonismo dovranno essere gli attivatori delle cosiddette “local actions”, le azioni locali, portate avanti dalle ong locali, le organizzazioni di base, le organizzazioni delle diaspore, gli enti locali e tanti altri soggetti della società civile riconosciuti o informali.

Ne abbiamo avuto un assaggio, durante la risposta umanitaria alla crisi pandemica da covid19. Mentre la macchina della risposta tradizionale ha dovuto fare i conti con le inevitabili limitazioni di movimento che la pandemia ha provocato, la risposta sul terreno è stata di fatto assicurata proprio dalle “local actions”. ODI ci presenta 5 trend che stanno emergendo o forse, che la pandemia ha soltanto evidenziato.

Di certo, siamo costretti a riflettere con ancora più forza sul ruolo che le Organizzazioni internazionali (sia Non governative, che multilaterali oltrechè naturalmente le più tradizionali di tutte e cioè le bilaterali) possono svolgere in un contesto completamente rinnovato e multipolare.

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La cosiddetta “cancel culture”, le cui istanze si sono molto diffuse anche in Italia, parte dall’assunto fallace, che la trasformazione nominale di alcuni luoghi possa rappresentare la ricomposizione di un torto, la cancellazione di un crimine in modo permanente, come se la rinominazione di una strada o di un monumento possa sanare una frattura una volta per tutte.

Una posizione radicale e critica però non può far altro che opporsi alla cancel culture perchè non da mai per risolto il conflitto, ma lo ritiene inevitabile e continua piuttosto a problematizzarne le espressioni.

L’esempio del corso Harnet ad Asmara, che significa Libertà e che sostituisce le tracce coloniali precedenti (l’italiana “corso Italia” e l’etiope “corso Hailè Salassiè”) rappresenta un esempio incredibilmente chiaro di come il cambiamento di un nome non risolva in realtà la questione.

Dopo le tragiche vicissitudini coloniali, l’Eritrea si è trovata a testimoniare infatti l’altrettanto tragico destino della attuale dittatura di Afworki, il quale attribuendo il nome di “corso Libertà” alla principale arteria di Asmara, non ha fatto altro che aggiungere all’espressione di dominio, uno dei suoi aspetti più crudeli: l’incuranza delle contraddizioni e del paradosso.

Per le dinamiche coloniali (e quelle dittatoriali certamente lo sono) la rinominazione è atto di potere puro, che vale per quello che il potere intende.

Il paradosso e la problematizzazione sfuggono però totalmente a questa pratica, e colgono la conflittualità e la problematicità che la agita nel profondo.

La problematizzazione è dunque dispositivo necessario per la decolonizzazione e il ribilanciamento del potere, molto più che una rinominazione, che pensando di fissare un ordine di potere nel nome finisce invece per consolidarne la logica di fondo e perdendosi l’opportunità di fare l’unica cosa che davvero tiene in equilibrio instabile il potere, e cioè il conflitto di significati e discorsi.

Il potere è qui inteso come “estensione del sé” nella definizione di Byung Chul Han.

Nel colonialismo, i luoghi altri sono conquistati e divengono estensioni della metropoli, della città madre.Il colonialismo è dunque rappresentazione del potere nella sua forma più pura e immediatamente riconoscibile.

Il colonialismo si nutre di un immaginario di superiorità e dipendenza che è stato costruito nel tempo e che si protrae fino a noi.
Il dispositivo della creazione artistica, l’atto poetico è dunque il necessario atto di sovvertimento del potere e di costruzione dell’immaginario senza potere, ma di equilibrio delle forze.

La decolonizzazione è dunque pratica di riequilibrio del potere, di sottrazione all’estensione di un sè coloniale, da effettuare anzitutto ricostruendo nuovi immaginari.

L’atto poetico, l’atto immaginifico di costruzione di un nuovo equilibrio è dunque l’atto di decolonizzazione più potente.

La democrazia può scampare al rischio dell’irrilevanza soltanto se include anche le minoranze.

Ecco perchè la democrazia non può essere altro che espansiva e instabile, una cavalcata infinita per l’estensione dei diritti fino a raggiungere ogni minoranza e ogni persona, sia sul fronte dei diritti civili, che sociali, sia entro i suoi confini, che fuori.

Ecco perchè la democrazia invece muore, quando tenta di rinchiudersi e proteggersi, quando erge muri nella speranza di conservare ciò che ha ottenuto, illudendosi di mantenere i diritti che ha conquistato e di congelare l’equilibrio che ha creato.

Solo diffondendosi e al contempo mettendosi in discussione, la democrazia potrà essere la culla dei diritti e non la loro tomba.

Solo accrescendo la propria autorevolezza potrà continuare ad esistere.

L’ordine globale del 2021 è molto diverso da quello di vent’anni fa. Allora, gli USA uscivano da un decennio di consolidamento della propria egemonia nata dalla vittoria della guerra fredda.

Oggi, invece gli USA e l’occidente, sono una potenza in rapido decadimento, sia per l’emergere di altre potenze, (Cina, Russia, Turchia, India, ecc.), che per la perdita di autorevolezza autoimposta dalla propria mancanza di visione e di coerenza.

Questi vent’anni hanno mostrato infatti come i valori democratici e di rispetto dei diritti umani fossero spesso solo una formula di facciata, che nascondevano la solita real politik, al servizio di obiettivi temporanei.

La geopolitica di questi vent’anni è stata totalmente sottomessa ad azioni reattive, prima contro il terrorismo, poi contro la migrazione, e mai propositive o di visione, l’occidente ha agito animato dall’intenzione di soddisfare i più biechi istinti delle proprie opinioni pubbliche, che ha anche miopemente alimentato, senza rendersi conto che ciò che alimentava in realtà era una propria schizofrenica immagine di sè.

Ha promosso la libertà e la democrazia con politiche di sicurezza che proprio quella libertà limitavano, ha promosso i diritti umani, togliendoli però a chi desiderava arrivare in Europa o negli Stati Uniti semplicemente perchè aveva creduto alla propaganda del benessere e dei diritti occidentali.

E così ha perso prima la propria credibilità e poi la propria autorevolezza.

In quale modo l’occidente pensi perciò di riacquistare una propria centralità in questo contesto è del tutto sconosciuto. Ormai il re è nudo e al paravento dei diritti e della democrazia si è sostituita solo l’immagine plastica dell’interesse e della difesa della rendita di posizione, per di più aggravata dalla totale incapacità di analisi, tanto che alcune soluzioni ai nostri problemi (per esempio la migrazione, o la transizione ecologica) sono percepite come minacce.

Senza quel minimo di credibilità e autorevolezza che erano determinate dalla lotta per alcuni principi e valori, l’occidente non è più i grado di portare avanti una visione coerente e una costruzione del mondo futuro, ma è semplicemente ostaggio delle negoziazioni estenuanti e al ribasso con gli Erdogan, i Putin, i Xi Jin Ping, i Modi…

Continuo a pensare che l’unica soluzione passi per i movimenti della società civile, sempre più globali e interconnessi.

La politica e la geopolitica sono diventate così complesse che è necessario uno sguardo obliquo per riuscire a prevedere le conseguenze di qualsiasi azione.

Come in un gomitolo disordinato, quando tiri un filo da una parte non sai cosa succederà dall’altra, il mondo di oggi ci apre a conseguenze inaspettate e incerte.

In un tale contesto anche il nostro modo i guardare alla realtà deve cambiare. La complessità può essere solo colta con una sguardo obliquo che sappia non tanto prevedere, ma immaginare possibili conseguenze. Lo sforzo davvero fondamentale è quello immaginifico a creativo che solo uno aguardo che riesce a tenere d’occhio contemporaneamente ambiti anche molto diversi tra loro riesce a cogliere.

La grande quantità di riferimenti alla sovranità a cui siamo stati abituati negli ultimi anni ha dato vita addirittura ad un neologismo: “sovranismo”.

Il termine vorrebbe intendere la necessità di un rafforzamento della voce dei popoli, in un contesto in cui a dominare sono invece le elites.

Di per sè, quindi, questo movimento intercetta un problema gigantesco, quello della globalizzazione delle Elites, e propone un metodo, che è quello del maggio ruolo dei popoli.

Il problema, nasce nel momento in cui si tratta di capire quali popoli. E qui la risposta proposta oltre as essere profondamente ingiusta, è anche perfettamente inefficace.

La visione sovranista, è una visione razzista e proprietaria, che considera un territorio, come oggetto da possedere, così come gli uomini e le donne (soprattutto loro) che vi abitano.

Una visione in cui il potere è inteso come possesso, nella semplificaziobe più acerba possibile del suo significato, tralasciando da una parte l’analisi complessa del potere, tanto da pensare che elites che garantiscano l’italianità, siano di per sè migliori di altre, e dall’altra sbagliando completamente la soluzione, immaginando che basti la forza di un solo paese ad affrontare le elites globali, invece di una risposta dal basso, ma ugualmente globale.

Per spiegare Renzi, ci serve Carl Schmitt, secondo il quale il sovrano è colui che decide nello stato d’eccezione.

Renzi non ha potuto sopportare che Conte fosse il Presidente del Consiglio nello stato d’eccezione creato dalla pandemia del Covid19 e ha così tramato, perchè ci fosse un PdC più in linea con la sua immagine di “sovrano” e questo ci dice molto sulla sua idea di sovranità.

Equilibrio deriva dal latino “equilibrium“, composto da “equus” uguale e “libra” peso, ad indicare ciò che ha lo stesso peso.

Quando la bilancia indicava il raggiunto equilibrio, i pesi venivano tolti, le libre deposte, e deliberato il giusto.

La deliberazione, nasce come decisione di ciò che è giusto, come attestazione dell’equilibrio raggiunto. E infatti la bilancia ancora è il simbolo della giustizia.

L’equilibrio, è un concetto potente, presente in varie discipline (equilibrio meccanico, dell’alimentazione, della salute, ecc.) e presente anche nel discorso pubblico e nel senso comune.

Si presta perciò benissimo ad essere impiegato per spiegare concetti più complessi e a costruire una narrazione condivisa, che sostenga i principi di uguaglianza e giustizia.

Il concetto di equilibrio è fondamentale in ecologia e ripercorrendo alcune delle teorie e pratiche che la informano possiamo cogliere quasi una narrazione forte e coerente che pone al centro l’equilibrio, come valore fondante. L’ecologia credo abbia molto da insegnarci sul valore dell’equilibrio.

Questa breve rassegna delle diverse teorie agricole, la pratica economica umana che più di tutte si confronta con l’ambiente, mostra in nodo chiaro un percorso, quasi una grande cavallcata verso l’equilibrio tra gli elementi coinvolti:

– Agricoltura biologica: che non prevede nessun trattamento o concime in sintesi. Vanno evitate o comunque controllate interferenze esterne che mettano a repentaglio l’intero ecosistema.

– Agricoltura biodinamica: anche noi persone siamo parte del tutto (vedi Maria Thun), e le pratiche agricole devono tenerne conto.

– Agricoltura sinergica: dalla lotta ai parassiti alla cura del terreno (vedi Masanobu Fukuoka). Non lavorare “contro”, ma “con”.
– Permacultura: anche territorio e spazio entrano nell’equazione. L’agricoltura si unisce anche al paesaggio, all’architettura e alla cultura.
– Agroecologia: agricoltura è parte dell’ecosistema.

Questa rapida rassegna è utile, non certo a definire una teoria delle pratiche agricole, che non mi compete, ma ad aiutarci a individuare gli elementi che fanno di tutte queste pratiche una narrazione coerente dell’equilibrio.

Il primo elemento indispensabile perchè ci sia equilibrio è il controllo delle forze eccessive, che mettono a repentaglio l’intera esistenza. Ed ecco che a questo serve l’agricoltura organica. Pesticidi e fertilizzanti chimici sono forze troppo potenti, che così come hanno permesso all’agricoltura di diventare sempre più produttiva, ne stanno ora minacciando la sostenibilità. Dobbiamo perciò evitare che slcune forze prendano il sopravvento.

Un attenta analisi e adeguate soluzioni passano prima per l’inclusione di diverse componenti e soggetti. È infatti solo quando siamo consapevoli di tutti i soggetti che fanno parte di un ecosistema, a partire da noi stessi come specie umana, che possiamo proporre una narrazione convincente. Una narrazione forte non può rivolgersi solo ad alcuni, ma deve mirare ad essere universale.

Proprio perchè universale, deve però valorizzare anche le differenze e riconoscere i loro diversi interessi ed obiettivi. Non possono esserci obiettivi ed interessi superiori a quelli di altri.

In tutto ciò una narrazione convincente si rende conto anche della necessità dell’identificazione delle varie e complesse relazioni che si creano tra tutti i soggetti coinvolti. L’equilibrio va cercato perciò a livello generale.

Per concludere credo che dobbiamo anche nell’ambito della comunicazione politica, costruire una narrazione che faccia del raggiungimento dell’equilibrio inteso cone valore, il suo protagonista principale.

Per farlo la storia che raccontiamo può descrivere la necessità di fermare forze troppo grandi, riconoscere la presenza di tutti i soggetti e la dignità delle loro istanze, così come cogliere la moltitudine di relazioni e di aree di invontro che si creano tra i tanti soggetti.

Una narrazione fondata sulla ricerca dell’equilibrio può facilmente contrapporsi ad altre narrazioni che si fondano sulla paura.

Per farlo può anche appoggiarsi a narrazioni preesistenti, come per esempio quelle ambientali, ma anche della salute o di altro. Il principio dell’equilibrio è già fortemente accettato, almeno quanto altri clichè narrativi (l’invasione, la conquista, la contaminazione, la crescita, ecc.) e si presta perciò bene ad essere utilizzato.

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