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Equilibrio deriva dal latino “equilibrium“, composto da “equus” uguale e “libra” peso, ad indicare ciò che ha lo stesso peso.

Quando la bilancia indicava il raggiunto equilibrio, i pesi venivano tolti, le libre deposte, e deliberato il giusto.

La deliberazione, nasce come decisione di ciò che è giusto, come attestazione dell’equilibrio raggiunto. E infatti la bilancia ancora è il simbolo della giustizia.

L’equilibrio, è un concetto potente, presente in varie discipline (equilibrio meccanico, dell’alimentazione, della salute, ecc.) e presente anche nel discorso pubblico e nel senso comune.

Si presta perciò benissimo ad essere impiegato per spiegare concetti più complessi e a costruire una narrazione condivisa, che sostenga i principi di uguaglianza e giustizia.

Il concetto di equilibrio è fondamentale in ecologia e ripercorrendo alcune delle teorie e pratiche che la informano possiamo cogliere quasi una narrazione forte e coerente che pone al centro l’equilibrio, come valore fondante. L’ecologia credo abbia molto da insegnarci sul valore dell’equilibrio.

Questa breve rassegna delle diverse teorie agricole, la pratica economica umana che più di tutte si confronta con l’ambiente, mostra in nodo chiaro un percorso, quasi una grande cavallcata verso l’equilibrio tra gli elementi coinvolti:

– Agricoltura biologica: che non prevede nessun trattamento o concime in sintesi. Vanno evitate o comunque controllate interferenze esterne che mettano a repentaglio l’intero ecosistema.

– Agricoltura biodinamica: anche noi persone siamo parte del tutto (vedi Maria Thun), e le pratiche agricole devono tenerne conto.

– Agricoltura sinergica: dalla lotta ai parassiti alla cura del terreno (vedi Masanobu Fukuoka). Non lavorare “contro”, ma “con”.
– Permacultura: anche territorio e spazio entrano nell’equazione. L’agricoltura si unisce anche al paesaggio, all’architettura e alla cultura.
– Agroecologia: agricoltura è parte dell’ecosistema.

Questa rapida rassegna è utile, non certo a definire una teoria delle pratiche agricole, che non mi compete, ma ad aiutarci a individuare gli elementi che fanno di tutte queste pratiche una narrazione coerente dell’equilibrio.

Il primo elemento indispensabile perchè ci sia equilibrio è il controllo delle forze eccessive, che mettono a repentaglio l’intera esistenza. Ed ecco che a questo serve l’agricoltura organica. Pesticidi e fertilizzanti chimici sono forze troppo potenti, che così come hanno permesso all’agricoltura di diventare sempre più produttiva, ne stanno ora minacciando la sostenibilità. Dobbiamo perciò evitare che slcune forze prendano il sopravvento.

Un attenta analisi e adeguate soluzioni passano prima per l’inclusione di diverse componenti e soggetti. È infatti solo quando siamo consapevoli di tutti i soggetti che fanno parte di un ecosistema, a partire da noi stessi come specie umana, che possiamo proporre una narrazione convincente. Una narrazione forte non può rivolgersi solo ad alcuni, ma deve mirare ad essere universale.

Proprio perchè universale, deve però valorizzare anche le differenze e riconoscere i loro diversi interessi ed obiettivi. Non possono esserci obiettivi ed interessi superiori a quelli di altri.

In tutto ciò una narrazione convincente si rende conto anche della necessità dell’identificazione delle varie e complesse relazioni che si creano tra tutti i soggetti coinvolti. L’equilibrio va cercato perciò a livello generale.

Per concludere credo che dobbiamo anche nell’ambito della comunicazione politica, costruire una narrazione che faccia del raggiungimento dell’equilibrio inteso cone valore, il suo protagonista principale.

Per farlo la storia che raccontiamo può descrivere la necessità di fermare forze troppo grandi, riconoscere la presenza di tutti i soggetti e la dignità delle loro istanze, così come cogliere la moltitudine di relazioni e di aree di invontro che si creano tra i tanti soggetti.

Una narrazione fondata sulla ricerca dell’equilibrio può facilmente contrapporsi ad altre narrazioni che si fondano sulla paura.

Per farlo può anche appoggiarsi a narrazioni preesistenti, come per esempio quelle ambientali, ma anche della salute o di altro. Il principio dell’equilibrio è già fortemente accettato, almeno quanto altri clichè narrativi (l’invasione, la conquista, la contaminazione, la crescita, ecc.) e si presta perciò bene ad essere utilizzato.

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Un libro quello di Rodotà che si chiude, con la sensazione netta di avere portato a termine qualcosa di importante. La certezza di avere avuto per le mani un testo fondamentale del pensiero, non solo occidentale.

Niente di meno.

In questa summa del suo pensiero, vengono affrontati tutti i temi principali della contemporaneità, cogliendone quasi la profondità ontologica, sviscerandone le conseguenze, e proponendo soluzioni concrete: i diritti; i beni comuni; l’identità e la cittadinanza; le tecnologie.

Tratteggio qui alcune delle lezioni che ho appreso, su cui in alcuni casi mi sono preso anche la larga libertà dell’interpretazione, come condotto dalle nubi di pensieri che questo testo sa generare.
Diritti:

I diritti umani sono sempre aperti a nuove inclusioni e disposti a rinnovamenti. In prospettiva i diritti umani potrebbero diventare infatti universali ed includere per esempio anche i diritti del pianeta ad essere preservato e protetto. Sorta di diritti “ambientali” che proteggano anche gli altri esseri viventi o altre forme della natura che ne fanno parte.

Quando i diritti si fanno davvero universali, fondati su principi assoluti, si infrangono di fronte alla democrazia, al momento fondata sullo stato nazione. Tale frattura si risolve solo costruendo un quadro davvero universale di diritti entro cui muoversi: una legislazione “leggera” fondata sui principi generali; e una magistratura flessibile, facilitatrice dell’accordo.

Ciò può avvenire se il fondamento del diritto non è un territorio, ma la persona, che diviene perciò “costituzionalizzata”.

Entro l’orizzonte della costituzionalizzazione degli individui, emerge un individualismo che attraverso le relazioni può farsi però “rete”, e attraverso la narrazione, può alimentare questa rete e farsi comunità. Una comunità non rigida, ma piuttosto fluida e porosa che non toglie diritti all’individuo, ma se mai li alimenta.

I diritti sono l’unica grande narrazione rimasta. E qui viene alla mente quanto dice Yuval Noah Harari, che invece proprio perchè sono l’unica grande narrazione rimasta, li critica, per poi però quasi rifugiarsi nella più complice delle narrazioni, quella religiosa (sia detto per inciso, ho molto apprezzato Sapiens, per la sua capacità di mettere in prospettiva la storia dell’umanità, ma la critica che in Homo Deus fa ai diritti umani, perchè inerentemente “occidentali” l’ho trovata del tutto superficiale, e ad Harari consiglierei di leggere Amartya Sen che ormai vent’anni fa nel suo Development as Freedom, confutava proprio questa affermazione e rilevava come invece molte fossero le filosofie non occidentali che propongono l’universalità dei diritti e di come piuttosto sia la negazione di queste filosofie, il più occidentale dei vizi, oltrechè il più valido alibi dei dittatori che si fanno schermo del relativismo culturale per giustificare le peggiori nefandezze).
Beni Comuni

I beni comuni sono la risposta al dualismo che contrappone proprietà pubblica e privata, così come il terzo settore, supera il dualismo tra pubblico e privato.

Una rimodulazione in chiave sociale della teoria dell’accesso, formulata da Jeremy Rifkin, potrebbe contribuire a superare una volta per tutte il grande tema della proprietà. La proprietà si giustifica solo con la necessità di equipaggiarsi per il futuro per sé e i propri cari. Nel momento in cui però avessimo certezza di disporre dell’accesso a beni che garantiscano la dignità nostra e dei nostri cari, non avremmo bisogno di possedere alcunchè.

Il Bene comune è anche superamento della sovranità. Beni comuni sono infatti le risorse naturali, come l’acqua, il cibo, il clima, ma anche la conoscenza. Beni che trascendono sempre più i confini degli stati e hanno una dimensione globale che va colta.
Identità e cittadinanza: ovvero della dignità

Il superamento del concetto di soggettività verso un concetto che considera la multidimensionalità degli individui e il loro diritto al libero sviluppo della personalità è sempre più riconosciuto anche dal diritto, di fatto già definendo una costituzionalizzazione della persona.

Alla multidimensionalità degli elementi che caratterizzano l’umano, va poi aggiunta anche la dimensione del riconoscimento esterno. Le persone sono fatti sociali che necessitano dell’altro.

Ecco che subentra l’importanza della “biografia” contrapposta alla “biologia”.

La dignità della persona è fondamento di una nuova antropologia (intesa in termini giuridici e non di antropologia culturale), di una nuova giurisprudenza in cui ciascuno deve poter essere nella condizione di poter determinare il proprio progetto di vita.

In questo il diritto all’esistenza va inteso come il diritto ad un esistenza libera e dignitosa.

Il principio dell’autodeterminazione estende il principio dell'”habeas corpus” alla biografia oltrechè alla biologia ed include perciò anche la conoscenza e i dati che produciamo. Così come non è consentito fare profitto con il corpo (legalmente gli organi vengono donati per esempio e non venduti), così dovrebbe avvenire anche per le informazioni.
Tecnologie:

L’identità è relazionale, molteplice e mobile. Esiste però anche un’identità riduzionista che ci vuole ridurre solo a consumatori. L’identità determinata dalle profilazioni attraverso i big-data ne è l’esempio più evidente e va per questo liberata!

La verità è un’arma potente che va maneggiata con cura. Quando essa è rivolta contro i deboli è violenza e assomiglia al Grande Fratello orwelliano e per questo l’individuo va protetto. Ma se invece è rivolta contro i potenti, diventa trasparenza. La consapevolezza delle forze e dei poteri in gioco è fondamentale per cogliere ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Il post-umano, mette in dubbio il diritto che deve inventare nuove categorie e forse la soluzione è concentrarci sui principi come uguaglianza, libertà e dignità.

Spunti parziali e provvisori:

Il principio della responsabilità e della cura di sè potrebbe fornire alcune parziali risposte alle domande che vengono sollevate, in quanto il diritto prevede che ciascuno sia custode di sè e degli altri e si torna al precetto dell’ama il prossimo tuo come te stesso, in quanto il proprio corpo termina ove termina la responsabilità di esserne custode.
Il regolatore diventa sempre più una sorta di dispositivo per equilibrare le forze come il miscelatore fa con l’acqua calda e fredda, perchè non scotti e non congeli.

I diritti possono svolgere in modo efficace il loro compito solo se divengono davvero universali e in questo serve perciò convintamente procedere alla loro diffusione, una globalizzazione dei diritti e non dei mercati.

Togliamo subito la suspense: Si è vero. I compiti a casa fanno male all’uguaglianza.

Chi proviene da un contesto socio-economico più favorevole avrà la possibilità di dedicare più tempo a svolgere i compiti a casa ottenendo di consequenza migliori risultati a scuola, mentre chi, anche solo perchè non ha un posto tranquillo dove svolgerli, o genitori meno presenti per assicurarsi che vengano completati, dedicherà meno tempo ai compiti e avrà di conseguenza risultati meno soddisfacenti.

Questo riproduce le disuguaglianze socio-economiche già presenti nella società, di fatto bloccando ogni possibilità di poter migliorare la propria condizione grazie ad una preparazione migliore. La scuola cioè rischia di essere la prima barriera a qualsiasi ascensore sociale.

Lo afferma uno studio dell’OCSE, che pone l’attenzione su di un tema che le famiglie vedono ormai con sempre maggior chiarezza. I compiti a casa, quelli per cui si litiga tra genitori e figli su base quasi quotidiana, alimentano e rinforzano le disuguaglianze di classe. Lo studio è del dicembre 2014, ma al di là dell’aggiornamento dei dati, mostra una correlazione che ci interroga.

In Italia poi i dati sono particolarmente scoraggianti. La differenza di ore di studio che gli studenti provenienti da contesti famigliari favorevoli, rispetto a quelli più svantaggiati, ammonta a 3.5 ore la settimana, rispetto ad un differenziale medio tra studenti provenienti da contesti favorevoli e svantaggiati nei paesi OCSE che ammonta a 1.6 ore. Questo si traduce in differenze significative anche sui risultati misurati atraverso i test PISA (tabella 3 dello stesso studio).

Ma allora basta fare più compiti per avere migliori risultati?

Non proprio. Questa affermazione è vera solo all’interno di ciascun sistema educativo, ma non è valido invece se confrontiamo sistemi educativi diversi. Il solito esempio è quello del sistema educativo finlandese. Gli studenti finlandesi fanno in media solo tre ore la settimana di compiti eppure raggiungono risultati migliori nei test PISA degli studenti italiani che invece di ore ai compiti ne dedicano più di sette la settimana (riferito ai dati del 2012)

Cosa fare quindi?

Come dice un altro studio dell’OCSE (2018), che analizza l’impatto delle condizioni socio-economiche degli studenti sui loro risultati nei test PISA, le disparità socio-economiche nelle performance appaiono presto e si allargano nel tempo.

La prima cosa da fare quindi è agire subito e farlo fin dalle scuole di primo grado.

Sembra inoltre evidente che il sistema educativo debba essere disegnato in modo radicalmente nuovo. Se vogliamo avere società più uguali in cui tutti i ragazzi abbiano le stesse opportunità va riformato il sistema, pensando probabilmente ad un sistema in cui i compiti a casa vengano ridotti per tutti e in cui la scuola torni ad essrre anzitutto il luogo dell’apprendimento, non quello in cui si verificano e valutano le competenze apprese al di fuori di essa.

Gli insegnanti sono insieme agli studenti, i primi a subire questo sistema e ad essere deprivati della loro funzione principale, quella di insegnare appunto, per diventare più che altro dei valutatori.

Il ruolo dei genitori e delle famiglie è importante, ma forse anche in questo caso vanno trovate nuove formule per un loro coinvolgimento che passi probabilmente da un ricostituito senso di comunità.

In ogni caso la scuola si mostra sempre più centrale nella società che vogliamo immaginare per il nostro futuro. Una società più giusta e più uguale infatti non può fare altro che partire proprio da qui.

Lo stato-nazione è morto perchè ha esaurito il suo compito. Questi ultimi rigurgiti sovranisti e passatisti ne sono la più evidente conferma. Non si reclama infatti ciò che si ha già. Si reclama ciò che non c’è ancora o ciò che non c’è più (o sta svanendo).

La funzione dello stato-nazione si è esaurita quando la spinta capitalistica era determinata all’accaparramento delle risorse naturali e delle risorse umane. Per entrambe queste risorse lo stato-nazione era la formula ideale a garantirne il controllo. Ed in particolare era fondamentale l’idea del confine geografico, rigido e immodificabile che non è mai appartenuto alla nostra storia precedente (gli imperi e gli stati prima di Westfalia, avevano confini fluidi e porosi. La grande muraglia cinese, o il vallo di Adriano avevano anzitutto importanza militare e solo secondariamente amministrativa).

Il confine permetteva di attribuire la cittadinanza in modo chiaro, di gestire le risorse naturali in modo coerente all’interno dei confini di un certo stato-nazione, di avere una amministrazione unica, chiari limiti alla sovranità e alle responsabilità dei cittadini, una chiara area per l’esercizio dei loro diritti e doveri.

Con la globalizzazione però i confini si stanno mostrando inefficienti. Le risorse su cui questa fase capitalistica si fonda sono sempre più immateriali e meno geograficamente determinate. La conoscenza, la finanza, i big data, le energie rinnovabili, sono risorse sempre più fondamentali e numericamente rilevanti. Chiaramente avremo ancora bisogno di risorse naturali per produrre il nostro cibo e i nostri oggetti, ma saranno meno preponderanti che in passato.

Per un economia dell’immateriale lo stato-nazione e i confini che lo costituiscono sono sempre più problematici.

La vera sfida è quella perciò di trovare una formula che trascenda il principio di confine e di conseguenza quello di stato-nazione.

Per far questo mi domando se la formula più adatta non sia quella di una rete globale di città-stato.

Le città pongono l’enfasi sul centro e non sul confine ed è al loro interno che si produce gran parte dell’economia dell’immateriale.

Mentre i confini dividono, i centre invece attraggono e uniscono.

Per la cittadinanza dovremmo pensare ad un sistema di mutuo riconoscimento e non di una autorità centrale che la garantisca. In questo la blockchain ci può venire in aiuto. Resta fondamentale la gestione del territorio al di fuori dei “centri” rappresentati dalle città stato e per far questo dobbiamo riappropriarci del concetto di comunità fondato però non sulla semplice condivisione della residenza in un luogo geografico, ma dalla condivisione del comune obiettivo della cura di quel territorio.

La sfida è gigantesca, ma è di questo nuovo ordine che dobbiamo parlare. Una Unione Europea pensata solo come uno stato-nazione più grande, può essere un buon obiettivo intermedio, che scardini alcune dinamiche di potere, ma per il futuro dobbiamo pensare ancora più in grande.

In Sapiens, di Yuval Noah Harari, si ripercorre brevemente la storia dell’umanità dall’australopiteco in poi.

Ciò che ci ha veramente differenziato come specie animale e che ha fatto crescere la nostra intelligenza e il nostro successo nonostante non fossimo nè tra le più forti, veloci o resistenti delle specie, è il fatto che ci siamo riuniti in comunità. E per creare il senso di comunità è stata fondamentale una cosa che adesso disprezziamo: il pettegolezzo.

Attraverso il gossip i nostri avi hanno creato le leggi, nate proprio deplorando certi atteggiamenti e incensandone altri.

A pensarci, il “politically correct” svolgeva un po’ questa funzione, metteva un freno ai comportamenti più turpi e permetteva che emergesse una regola di ciò che è accettabile per la comunità e ciò che non lo è, al tempo dei mezzi di comunicazione di massa.

Intendiamoci, era giusto che scomparisse, e ci hanno aiutato senz’altro anche le riflessioni postmoderniste (oltre che l’arrivo dei social media), ma adesso siamo rimasti soltanto coi cocci.

L’unica soluzione anch’essa fondamentale per creare il senso di comunità, è creare dei miti.

E io di questo sono profondamente convinto, abbiamo bisogno di una grande epica! Una narrazione che dia un senso condiviso a ciò che siamo. “Un cunto de li cunti” per l’umanità. E senz’altro in questa direzione vanno le grandi serie tv che stanno costruendo una nuova epica, il cinema ancora e altra narrazione. Di certo in questa direzione va l’intuizione geniale di “The new italian epic” di Wu Ming, che è riuscito a cogliere questo aspetto emergente addirittura nella letteratura italiana degli anni ’90 e primi 2000.

Ora dobbiamo creare il nesso tra tutto ciò che c’è, per dargli coerenza e la consistenza di una storia comune.

L’interessante dibattito che Dafne Murè [1] ha lanciato a partire dall’uso del termine “competenze” nella scuola ci permette di affrontare una delle domande che troppo spesso nel dibattito pubblico rimane inevasa: a cosa serve la scuola?

A me pare che in questo momento in cui su tanti fronti abbiamo bisogno di ripartire da zero, questa sia una delle domande che davvero dobbiamo farci. Dobbiamo davvero tornare alle basi per mettere alla base la scuola[2].

Giusto un paio di cenni storici:

La scuola italiana post-unitaria a partire dalla riforma Casati ed includendo le successive riforme Coppino e Orlando, si dava come obiettivo quello di costruire un sistema scolastico nazionale centralizzato e separato da quello religioso fino ad allora prevalente e di fare uscire dall’analfabetismo un intero paese (nonchè aggiungerei io, giustificare anche eticamente l’ordine sociale del momento).

La scuola della riforma gentiliana[3] (definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”) sembrava rispondere invece alla necessità di forgiare una identità nazionale di fatto prima inesistente, ed introduce infatti una forte enfasi sulla lingua italiana (marginalizzando le comunità germanofone e slavofone) e ripristinando l’insegnamento della religione cattolica.

Dal dopo-guerra e fino ad oggi, la scuola ha cercato l’equilibrio tra una spinta all’apertura a volte profondamente rivoluzionaria (a partire dall’esperienza di Don Milani della scuola di Barbiana, ma anche l’importanza posta ai primi anni di sviluppo del bambino con l’istituzione della scuola materna statale; o la riforma universitaria post sessantottina) e un’altra spinta che potremmo definire utilitarista in cui sembra che l’unico scopo della scuola sia quello di alimentare il mercato del lavoro. Una scuola che non è messa a servizio della società, ma del mercato.

Le riforme più recenti, dalla Moratti, alla Gelmini, fino alla 107 mi pare si inscrivano tutte in questa ultima prospettiva tutta volta alla costruzione di un “capitale umano” che sappia fare fronte alle necessità del mercato e dell’economia. In questa logica si inserisce il dibattito sulle competenze, intese come principale strumento per l’accrescimento del capitale umano da cui deriva l’enfasi posta sulla valutazione che idealmente serve proprio a misurare l’aumento di valore del capitale umano e aumentarne la spendibilità nel mondo del lavoro.

Dalle “competenze” alle “capabilities

Invece che concentrarci sulle competenze potremmo invece lasciarci ispirare dal “Capability Approach[4]” sviluppato da Amartya Sen nel campo dello sviluppo e adattarlo alla scuola. In “Development as Freedom[5]” Sen sostiene in modo convincente, che obiettivo e strumento dello sviluppo dovrebbe essere la libertà.

Lo sviluppo infatti non può essere considerato come semplice crescita economica, ma piuttosto come raggiungimento di tutte le libertà individuali e sociali che permettono alle singole persone di poter avere una vita soddisfacente e che consenta a ciascuno di perseguire le proprie aspirazioni.

Sen definisce la mancanza di sviluppo come mancanza di libertà e riconosce allo stesso tempo la possibilità di raggiungere le libertà individuali come fondamentali per il raggiungimento anche dello sviluppo economico e più in generale del benessere della società.

L’enfasi è quindi posta sulle persone e le capabilities sono identificate come l’insieme di capacità e facoltà di cui gli individui dovrebbero dotarsi per ottenere tali libertà.

La possibilità di operare scelte è ciò che rende effettivamente liberi e le capabilities di cui dovremmo dotarci sono perciò quelle che possano aiutare a raggiungere tali libertà come per esempio quella del pensiero critico, della creatività, della capacità di collaborare in squadra, quella di poter provare empatia, di potersi esprimere pubblicamente, di sapere affermare le proprie posizione nel rispetto di quelle degli altri, quella della curiosità e così via.

L’aspetto più convincente della trattazione di Amartya Sen è proprio l’effetto positivo che le libertà individuali avrebbero anche sulla società nel suo insieme.

Non è mettendo la scuola a servizio del mercato che otterremmo il meglio per le persone, ma ribaltando il concetto, mettendo al centro le persone avremmo effetti positivi anche sul mercato e la società.

La scuola non può quindi fare altro che mettere al centro gli studenti e le studentesse, mirando ad equipaggiarli non tanto di competenze, ma di capabilities che li aiutino ad essere più liberi e libere e così facendo rendano più libera tutta la società[6].

 

[1] https://www.orizzontescuola.it/comitato-scuola-di-possibile-per-una-riappropriazione-della-parola-competenza/

[2] https://www.facebook.com/AllaBaselaScuola/

[3] http://www.treccani.it/enciclopedia/la-riforma-gentile_%28Croce-e-Gentile%29/

[4] https://plato.stanford.edu/entries/capability-approach/

[5] https://global.oup.com/academic/product/development-as-freedom-9780198297581?lang=en&cc=no#

[6] Come tanti, personalmente subisco molto il fascino del sistema scolastico finlandese. Non credo che sia l’unico , ma mi sembra però che vada proprio in quella direzione e che quindi potrebbe essere un ottimo punto di partenza anche per una riforma del nostro istema.https://www.edweek.org/tm/articles/2014/06/24/ctq_faridi_finland.html

Io credo che nel futuro avremo sicuramente ancora bisogno di lavoro. Si tratta di capire che tipo di lavoro vogliamo. Per me il lavoro va inteso come dimensione essenziale dell’essere umano, che non sia semplice generazione di reddito (per quanto anche questo sia indispensabile), ma che sia uno strumento per permettere a tutti di inseguire i propri sogni e le proprie aspirazioni.

Come sarà il lavoro del futuro?

Il mondo è cambiato e sta ancora cambiando ad una velocità prima sconosciuta. E così non possiamo non tenere in conto che il lavoro è stato letteralmente travolto dalla globalizzazione e sta ancora cambiando con l’automatizzazione e l’Intelligenza Artificiale. Non possiamo non tenere in conto soprattutto l’aumento delle disuguaglianze, che rischiano di escludere un numero sempre maggiore di persone da quel futuro che vogliamo costruire.

Per questo non ha senso riprodurre ora uno schema che funzionava in un’epoca ormai passata. Dobbiamo prevedere e se possibile anticipare il futuro. Per agire sul futuro dobbiamo cominciare a lavorare subito:

  • Anzitutto la scuola. Una scuola che guardi al futuro non può considerare la globalizzazione come la grande chimera da cui scappare e da cui nascondersi, rifugiandosi come struzzi sotto la sabbia dei nostri confini. Abbiamo bisogno di cittadini e cittadine che sappiano muoversi a proprio agio nel mondo e la scuola deve fornire loro gli strumenti per farlo. Vogliamo una scuola che offra le competenze trasversali (creatività, collaborazione, gestione della complessità, ragionamento argomentativo, resilienza) che sono e saranno sempre più necessarie per trovare e creare lavoro in futuro.
  • La seconda chiave è l’innovazione. E se vogliamo l’innovazione di cui abbiamo bisogno, dobbiamo puntare moltissimo sull’università e sulla ricerca.
  • La proposta del reddito di cittadinanza è un falso clamoroso e non lo dico solo per una questione di finanze e coperture. Lo dico soprattutto per una questione concettuale. Il lavoro svolge una funzione sociale che supera quella della produzione di reddito. Un reddito di cittadinanza come suggerisce Martin Ford pensato in sostituzione dei redditi da lavoro che verrebbero meno con l’automatizzazione e l’Intelligenza Artificiale, non considera per nulla ‘aspetto qualificante del lavoro per finirebbe semplicemente per trasformarci in consumatori
  • Globalizzazione dei diritti. Come diceva Rodotà dobbiamo passare da una globalizzazione dei mercati ad una globalizzazione dei diritti. E’ solo faendo in modo che ci siano più diritti tra i lavoratori del Bangladesh per esempio che eviteremmo delle delocalizzazioni al ribasso e così garantiremmo anche i diritti dei lavoratori in Italia o in Europa. Dobbiamo riuscire ad invertire la dinamica per cui c’è una competizione al ribasso tra i lavoratori, mentre la globalizzazione potrebbe essere una competizione al miglioramento continuo di diversi paesi.
  • Grande piano Marshall per l’Africa. Per questo serve anche investire dove il lavoro non c’è o è sena diritti. Un grande piano di investimenti sull’Africa serve a riattivare le dinamiche di sviluppo in un continente che ne ha bisogno e da cui beneficeremmo tutti. Il mezzogiorno d’Italia sarebbe probabilmente il primo a beneficiarne trovandosi nel centro di un piccolo mare dove tre continenti si affacciano.
  • Finanziamenti a fondo perduto per l’imprenditoria. Meccanismi innovativi per finanziare l’impresa e il lavoro devono essere continuamente pensati ed elaborati.
  • Fiscalità meritocratica, nel senso che incoraggia il merito delle imprese che hanno un impattto sociale positivo sulla collettività: Abolizione degli anticipi fiscali e per le attività a forte impatto sociale positivo e riduzione delle tasse per le imprese che possano dimostrare di avere un impatto sociale elevato. Questo porterebbe alla nascita di organizsmi di certificazione dell’impatto sociale che ne dimostrino l’esistenza.

Non ci sono soluzioni semplici alle grandi sfide che abbiamo davanti, ma sono sicuro che se riusciamo a mantenere la lucidità di uno sguardo d’insieme possiamo unire le forze e probabilmente farcela.

In un piccolo libello intitolato “Un’ Antropologia delle forze” pubblicato nel 1983 da Einaudi, l’antropologo portoghese José Gil ci spiega come i principi di fondo dell’obbedienza statuale non siano assoluti e neppure eterni.

Se la politica nell’occidente è intesa come esercizio del potere in una logica verticale di comando e obbedienza, o diremmo anche di sovranità,  lo stesso non può essere detto per le società “primitive” (erano gli anni ’80 e le definiva ancora così, io preferisco chiamarle società “non-statuali”).

Al principio di sovranità è sempre collegato quello di sottomissione. Se c’è un “sovrano” che sta sopra, ci sarà anche un “suddito” che sta sotto, in una relazione verticale di obbedienza. E questo avviene sia che sia sottomissione al sovrano appunto, oppure al dittatore o alla legge e in ogni caso allo stato che è l’istituzione più rappresentativa del principio di sovranità.

La suggestione più interessante è quella di quando ci spiega la differenza nelle dinamiche tra le forze nello “stato-nazione” moderno e  nelle società “non-statuali”. Lo stato-nazione come istituzione, si fonda sul principio del monopolio della forza che è conseguenza diretta e condizione necessaria per l’esercizio della sovranità. Solo lo stato infatti puo’ usare la violenza  o  permetterne l’uso.

Partendo da una rilettura originale di Pierre Clastres e per spiegare come le società “non-statuali” siano diverse da quelle moderne, Gil introduce il concetto di forza.

Nelle società non-statuali, anche la funzione della principali delle istituzioni e cioè quella della “chieftainship” è diversa da quella della principale istituzione delle società statuali e cioè lo “Stato” stesso.  Mentre lo “stato” tende ad accumulare continuamente forza, così da poter mantenere il proprio primato, nelle società non-statuali la chieftanship si fonda sul principio dell’equilibrio delle forze e il chieftain, il capo villaggio, o capo clan, non accumula mai la forza, ma si fa piuttosto facilitatore e promotore dell’equilibrio tra le forze.

In una società globale,  che come direbbe Marshall MacLuhan è ristretta alla dimensione di un villaggio, è forse giunto il tempo di ripensare a quali possano essere le basi su cui fondare una governance globale che possa affrontare le sfide della contemporaneità, che hanno una dimensione sempre più globale.

Diventa necessario che si consideri perciò il principio dell’equilibrio delle forze e non quello della sovranità come fondamento di tale nuova governance.

Le forze in gioco dovrebbero tenere conto di una serie di constituencies (come per esempio stati-nazione; settore privato; Organizzazioni della società civile; Stampa, Accademia, Scienze e Arti; Gruppi religiosi) ciascuna che sceglierebbe sulla base di criteri propri i rappresentanti ai vari meccanismi di governance, piuttosto che su di una selezione fissa di partecipanti o su quella della rappresentanza.

Il principio di fondo è che i componenti di qualsiasi governing body non siano gli stati (che si fondano sul principio della sovranità), ma sulle forze e quindi sugli agenti che queste forze muovono e detengono (tra cui quindi anche gli stati, ma non solo loro).

La modalità in cui la governance di forze diverse si stabilisce, dipende dalla funzione che svolge. Possono essere governance di tipo normativo (trattati, che quindi si fondano sulla sovranità degli stati-nazione per poter operare), o anche di tipo positivo (in cui prevale la capacità di persuasione legata all’autorevolezza e alla reputazione dei tavoli o dei membri).

Sull’esempio di quanto avviene nelle società non statutali, una governance globale può svolgere anche altre funzioni come per esempio quello di offrire consigli, esprimere ciò che si può ritenere giusto o sbagliato, essere arbitro nelle liti se richiesto, mantenere una memoria collettiva. Insomma nelle società non statuali il politico si occupa di gestire la carenza di potere più che il suo esercizio, andando a colmare vuoti dove esistano e facendosi promotre di un equilibrio tra forze diverse.

Il potere e il politico nascono da uno squilibrio delle relazioni sociali e la società si equipaggia di dispositivi di contropotere, proprio per evitarne l’accumulazione.

Pensare ad una governance globale basata sul principio delle forze e non della sovranità, significa perciò costruire una società in cui si aspiri apertamente all’equilibrio tra le forze che la compongono e non all’illusione di una società guidata da una legge sovrana in cui le forze comunque si muovono, ma molto più nascostamente.

 

Faccio il mio personale appello al voto, non per chi ha già deciso di votare LeU, PD, M5S, +Europa, ma per chi invece non ha ancora deciso se e cosa votare.

È vero, tante cose di questa campagna non sono state belle. La visione corta, la corsa a chi la sparava piu grossa, la piccolezza di certi discorsi. Siccome non ci sarà vincitore certo, i partiti non sentono il morso dell’accountability perchè tanto nessuno potrà recriminare loro di non aver fatto ciò che hanno promesso visto che nessuno avrà la maggioranza per farlo.

E così gli scenari per il dopo elezioni non sono incoraggianti: 1) se vincono le destre magari a trazione leghista, oppure ci sarà un governo Lega e M5S avremo cinque anni all’insegna del sovranismo, la risposta peggiore a questa globalizzazione che invece richiederebbe di essere sfidata. Metteremo la testa nella sabbia per 5 anni per poi scoprire che nel frattempo saremo diventati una periferia, saremo più poveri, conteremo di meno e non avremo le risorse per avere un welfare state dignitoso, saremo isolati e cominceremo a farci la guerra tra di noi cercando nuovi capri espiatori. 2) Se ci sarà un governo FI e PD continuerà la globalizzazione delle elite che abbiamo adesso. Continuerà il trend che vede i ricchi stare meglio e i poveri stare sempre peggio. Continueranno le politiche dell’austerità e si metteranno al centro ancora le banche e le multinazionali. 3) E poi c’è il terzo scenario. Dico subito che è ben lungi dall’essere uno scenario ideale, ma è quello che vede LeU, PD e 5S insieme. All’interno dei 5S ci sono anime più ragionevoli e meno populiste e io credo che insieme possano essere maggiori le probabilità di raggiungere ciò che davvero ci serve e cioè apertura all’europa e al mondo, ma con una forte spinta critica e la voglia di cambiare la globalizzazione mettendo al centro le persone. Un welfare attento ai più deboli e un atteggiamento che sfidi i poteri senza complessi. Probabilmente i successi saranno piccoli e faticosi, ma saranno nella giusta direzione.

Per tutto questo io voterò LeU nella convinzione che il mio voto potrà più di altri spingere in questa direzione.

Una certa deriva sovranista forte nella destra leghista e grillina, ma che si respira anche a sinistra in particolare con gli interventi di Stefano Fassina, mi stimola a ricordare i “dieci punti sulla globalizzazione” di Amartya Sen comparsi in Globalizzazione e libertà (Mondadori, 2002, pp 3-9) e che copio qui di seguito perchè ce ne possiamo ricordare tutti. A parte alcuni punti che risentivano del dibattito politico dell’epoca (il G8 di Genova era del Luglio 2001), secondo me vanno tenuti a mente soprattutto il punto 4, il punto 8 e il 9.

Non si tratta di chiuderci in noi stessi, uscire dall’euro, alzare muri o barriere doganai. Si tratta di esportare diritti e creare una globalizzazione dei diritti. Non abbiamo molte altre soluzioni.

E’ breve, buona lettura:

1. Le proteste anti-globalizzazione non riguardano la globalizzazione

Gli aderenti al cosiddetto movimento anti-globalizzazione non possono essere contro la globalizzazione, poiché queste proteste sono di fatto uno degli eventi più globalizzati del mondo contemporaneo.

 

2. La globalizzazione non è un fatto nuovo e non può essere ridotta a occidentalizzazione

Per migliaia di anni la globalizzazione ha contribuito – con un flusso dapprima da Oriente verso l’Europa e successivamente dall’Occidente verso Oriente – al progresso del mondo attraverso i viaggi, il commercio, le migrazioni, la diffusione delle culture, la disseminazione del sapere e della conoscenza reciproca.

 

3. La globalizzazione non è una follia

La globalizzazione ha arricchito il mondo dal punto di vista scientifico e culturale, così come ha recato benefici economici a molti popoli. Quello di cui c’è bisogno è una distribuzione più equa dei frutti della globalizzazione.

 

4 Il tema centrale è la disuguaglianza

La sfida principale ha a che fare con la disuguaglianza sia tra le nazioni sia nelle nazioni: la divisione tra Paesi ricchi e Paesi poveri o tra differenti gruppi di un Paese, dei guadagni generati dalla globalizzazione.

 

5. La preoccupazione principale è la disuguaglianza, non la variazione agli estremi

Quando affermano che i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, i critici della globalizzazione scelgono il terreno di scontro sbagliato.

 

6. La questione è la distribuzione equa

Il tema centrale non è se un particolare risultato comune sia per tutti migliore, in altri termini se tutte le parti guadagnino qualcosa, ma se questo guagadno si traduca in una divisione equa dei benefici.

 

7. Il ricorso all’economia di mercato dipende da condizioni diverse e produce effetti differenti

La prosperità economia non è possibile senza un ampio ricorso ai mercati. Tuttavia, è bene tenere a mente che il mercato è un’istituzione fra tante e che può produrre risultati molto diversi a seconda della distribuzione delle risorse materiali, dello sviluppo di quelle umane, delle regole impiegate sia all’interno di un Paese sia a livello mondiale.

 

8. Il mondo è cambiato dagli accordi di Bretton Woods

L’architettura economica, finanziaria e politica mondiale che abbiamo ereditato dal passato (Banca Mondiale, FMI e altre istituzioni create negli anni Quaranta) non teneva in considerazione la forza delle ONG, l’ambiente non godeva di una particolare attenzione, la democrazia non veniva concepita come un diritto globale.

 

9. Sono necessari cambiamenti delle politiche e delle istituzioni

Il balance of power, che riflette ancora lo status quo degli anni Quaranta, deve essere riesaminato.

 

10. La risposta ai dubbi globali è la costruzione globale

Non esiste una via d’uscita, né buone ragioni per cercarla, dal generale processo di globalizzazione. Benché vi siano sufficienti motivi per sostenere la globalizzazione, è necessario al contempo affrontare i temi etici e pratici che ne derivano.

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