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Racconto una storia. E’ una di quelle storielle che viene raccontata sempre nei corsi sulla sicurezza in zone di guerra e che poi però ho scoperto ha usato anche Noam Chomsky in Media e Potere e che riporto qui di seguito:

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Proprio così.

Nelle zone di guerra quella storiella serve a far capire che dobbiamo prestare sempre molta attenzione al contesto in cui operiamo e che a volte uno sguardo esterno “che misuri la temperatura” può esserci molto utile ad evitare di abituarci all’aumento dei rischi che prendiamo, alla leggerezza con cui operiamo alcune scelte e infine ad evitarci di rimanere bolliti. Chomsky la usa per spiegare l’assuefazione alla narrazione dominante dei poteri egemoni e al loro blando trasformismo contro cui non riusciamo più a reagire. Il senso insomma è lo stesso.

Siccome sono tornato in Italia solo da pochi mesi, mi sento un po’ come quella rana che tocca l’acqua e si accorge che la temperatura è davvero tropppo alta.

Ecco, a me pare che il dibattito pubblico sia davvero avvelenato da false speranze, promesse farlocche, ma soprattutto da tante risposte sbagliate alle quali reagiamo semplicemente alzando le sopracciglia, dicendo che tanto non cambia nulla e che i politici sono tutti uguali.

Ho anche io tanti dubbi, anche a me non piacciono tante cose e anche a me sono cadute le braccia un bel po’ di volte sentendo parlare di tattiche, candidature imposte e decisioni dall’alto.

Ma dobbiamo renderci conto che la temperatura dell’acqua intanto sale ancora: CasaPound si candida e magari entra in parlamento, certo magari senza prendersi il Governo, ma intanto prendendosi il Paese un pezzo alla volta; il candidato alla presidenza della Regione Lombardia Fontana sproloquia senza conoscere il significato di quello che dice, definendo un lapsus quello che è una serissima dichiarazione di razzismo e Salvini lo difende pure; molti altri giocano con un sovranismo anacquato, che proprio perchè è in chiave minore rispetto a quello urlato dalla Lega e dalle destre è più infido e pericoloso. Rischiando di isolarci e vivere nell’illusione di un mondo che non esiste, chiuderci in noi stessi per non contare nulla, ma raccontarcela un sacco.

Di fronte a tutto questo serve reagire e serve rispondere con decisione, per questo nonostante tutti i miei dubbi sosterrò Liberi E Uguali. Questa forza, magari non entrerà al governo, magari non esprimerà la maggioranza, ma credo che possa raggiungere un obiettivo ancora più ambizioso: imporre la propria agenda e cambiare la narrazione in questo Paese, sperando infine di non lasciare vittime tra le rane.

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Se c’è una cosa che ho capito nei miei 15 anni di vita da espatriato in Africa e in Asia è che eventi che pensiamo lontanissimi hanno impatto in posti a noi molto vicini: la scelta dell’acquisizione di una impresa operata in Europa ha impatto sulla vita delle persone di una controllata in Myanmar; la decisione di un contadino del midwest sui semi da usare nei suoi campi, ha impatto sulla salute di una persona a migliaia di chilometri di distanza; la mancanza di diritti dei lavoratori in Cina ha impatto sul licenziamento di operai nelle Marche. I nostri confini nazionali non ci mettono al riparo di nulla. Mura e filo spinato non servono a niente, ma anche le leggi e la carta su cui sono scritte, se pensate entro contesti solo nazionali servono a poco.

Quando pensiamo alle politiche su cui vogliamo costruire il nostro Paese abbiamo bisogno di pensarle sempre più entro un contesto globale.

Per questo la politica estera e la Cooperazione Internazionale diventano strumenti  imprescindibili, non solo quando ci occupiamo di pace e disarmo, ma anche quando ci occupiamo di ambiente, di lavoro, di istruzione, di salute e certamente quando ci occupiamo di economia, finanza e fiscalità.

Dobbiamo stare anche attenti al metodo dialettico che usiamo per definire le nostre priorità in base ai loro contrari, perchè a volte questi definiscono il loro significato. E così il contrario di Pace non è Guerra. Il contrario di pace è povertà, disuguaglianza, schiavitù.

Se consideriamo la pace come il contrario della guerra e la cooperazione internazionale come l’opposto agli armamenti, rischiamo di rafforzare il nesso prioritario tra le due cose e trasformare la cooperazione internazionale in politica di sicurezza. Non dobbiamo “svuotare gli arsenali per colmare i granai”, dobbiamo svuotare gli arsenali e basta. E le risorse che servono per la cooperazione internazionale vanno trovate a prescindere, perchè sono investimenti fondamentali ed indispensabili per avere più libertà ed uguaglianza.

Dobbiamo capire che la Cooperazione Internazionale è un investimento fondamentale per il lavoro, l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’economia e la fiscalità.

Gli aspetti che maggiormente condizioneranno il lavoro nel futuro saranno la delocalizzazione e l’automatizzazione. Secondo uno studio di confartigianato, nel 2013 le imprese italiane all’estero hanno impiegato 834.000 addetti. E’ chiaro che la delocalizzazione ha un’impatto sul lavoro in Italia. E’ altrettanto vero che ha un impatto positivo sulle economie dei paesi in cui queste imprese investono. Abbiamo rincorso una globalizzazione al ribasso. Per non far delocalizzare, abbiamo tolto diritti in Italia. Dovremmo invece dare più diritti ai lavoratori bengalesi, cinesi, vietnamiti.

L’automatizzazione è l’altra grande sfida, connessa ai diritti dei lavoratori. Se i lavoratori costano troppo in Europa si va in Asia, ma se costano troppo anche li allora ci affidiamo alle macchine. E’ una battaglia che non vinciamo da soli, è una battaglia che ha bisogno di tanta, tantissima politica estera per trovare soluzioni globali.

Lo stesso vale per l’ambiente, gli effetti di politiche sbagliate o di comportamenti non sostenibili si avvertono ovunque. fortunatamente lo stiamo capendo, ma anche qui le soluzioni passano sempre più per scelte globali.

Lo stesso vale anche per la salute, con malattie che prima pensavamo eradicate e che invece ritornano, non solo nei faghotti dei migranti, ma anche dentro i trolley dei turisti. O nell’istruzione e la cultura, che sono sempre più il software con cui funzioniamo noi macchine umane e che ci devono fornire strumenti, competenze e anche l’accreditamento per poter operare nel mondo intero.

Anche lo sviluppo economico ha bisogno di una visione globale, serve per eliminare le disuguaglianze in Italia, ma anche tra diversi paesi e continenti nel mondo. Lo sviluppo del nostro mezzogiorno passa dal Mediterraneo e dobbiamo smetterla di continuare a pensare a questo mare come fosse la frontiera d’Europa. Un piccolo mare su cui si affacciano Europa, Asia e Africa è il centro del mondo! Se permettiamo che altri ci considerino periferia alla fine lo diventiamo! Facciamolo questo Piano Marshall per l’Africa, ma non con 4,4 miliardi di Euro, ce ne servono 100 di miliardi e di risorse vere.

E mi sembra chiaro anche il ruolo della politica estera e della cooperazione internazionale sui temi della regolamentazione della finanza e soprattutto dell’adempimento degli obblighi fiscali, perchè ci sia una fiscalità progressiva vera in un mondo globalizzato dobbiamo dotarci di strumenti globali.

Io credo che in un mondo globale la politica estera e la Cooperazione internazionale debbano acquistare una centralità totale. Dobbiamo dire con forza che le risposte sovraniste e nazionaliste non sono solo inefficaci, ma anche nocive. In realtà noi non abbiamo bisogno di meno globalizzazione, ne abbiamo bisogno di più, una globalizzazione dei diritti.

 

 

 

 

Come Caselli ci ricordava scrivendo della guerra contro il terrorismo delle Brigate Rosse, la vittoria contro le BR è stata possibile soltanto nel momento in cui l’opinione pubblica, la sinistra e l’area di riferimento dei brigatisti ha cominciato a fare terra bruciata loro intorno.

Se questo non è ancora stato possibile con la mafia è solo perchè quest’ultima ha ancora un grande supporto popolare, alimentato da una cultura diffusa di omertà e di sfiducia verso lo stato.

In questo davvero i migranti potrebbero aiutarci, portando con sè la fiducia contagiosa verso un paese che hanno desiderato e per il cui raggiungimento hanno sofferto e lottato. Saviano lo ha detto chiaramente: “saranno gli immigrati a salvarci“.

In questo suona quasi ovvia l’alleanza che a Ostia abbiamo intravisto tra la famiglia mafiosa degli Spada e CasaPound. Non c’è nulla di più pericoloso che l’arrivo di una cultura della fiducia e dell’impegno per minacciare il controllo del territorio mafioso.

I migranti sono funzionali alle mafie solo quando sono merce da trafficare, da sfruttare o addirittura da mettere all’asta, ma sono pericolosi se diventano cittadini portatori di diritti.

Per questo dobbiamo portare avanti una grande battaglia per i diritti. La battaglia per lo ius soli e lo ius culturae non solo è giusta, ma può essere anche un formidabile strumento di lotta alle mafie e all’illegalità.

Vinceremo la lotta contro la mafia solo quando ci sarà una vittoria sul fronte culturale e su quello dei diritti.

Come ogni adolescente e pre- adolescente, mia figlia di 11 anni voleva vestirsi come meglio credeva per andare a scuola, così ho dovuto discutere con lei su ciò che andasse bene oppure no.

Il tutto si traduceva nel voler mettere una grossa calzamaglia di lana colorata con sopra dei pantaloncini di jeans oltre a un grosso maglioncione invernale e un giaccone.

Il problema erano i pantaloncini.

Fino a qualche tempo fa bastava che dicessi che no, i pantaloncini non andavano bene perchè non “appropriati” e lei ubbidiente li avrebbe cambiati. Sfortunatamente i bambini crescono e la loro intelligenza si mette di traverso al nostro lavoro di genitori. Così mi ha chiesto perchè non fossero “appropriati” e “appropriati” per che cosa poi?

Trovare risposte non era facile. La temperatura e il clima non giustificavano prese di posizioni estreme, visto che l’abbigliamento era assolutamente sufficiente. Per di più quelli erano gli stessi pantaloncini che d’estate invece erano appropriati.

Così ho cominciato a invetarmi la spiegazione che l’abbigliamento poteva dare indicazioni sbagliate sull’età facendola sembrare più grande. E come si sa da persone più grandi ci si aspetta le cose che fanno i grandi. Sarebbe stato perciò sbagliato dare il messaggio a potenziali sconosciuti che lei avesse più dei suoi 11 anni.

Ha controbattuto che molte bimbe di gran lunga più piccole usavano lo stesso identico abbigliamento e che questo non costituiva problema. Perchè insistevo?!

Era chiaro che la razionalità stava dalla sua parte.

Alla fine ho dovuto dirle che in effetti aveva ragione, il problema non era lei, ma le persone che la guardavano e che avrebbero potuto interpretare il suo abbigliamento in modo sbagliato.

L’appropriatezza o inappropriatezza del suo abbigliamento stava in realtà nello sguardo di chi la guardava. Il mio per primo visto che avevo sollevato il problema.

Forse sarebbe il caso che educatori, parroci, giornalisti comincino a fare ragionare su quanto sia appropriato il comportamento di chi guarda più che di chi è guardato.

Il fattore tempo è fondamentale perchè un dono si possa definire tale. Il dono infatti è anzitutto caratterizzato dalla impossibilità di avere certezza del suo verificarsi. Il dono è per natura imprevedibile è una sorpresa che si materializza solo nel nell’ora e qui come il termine “presente”ci indica.

Anche quando come prescritto dalle regole fondamentali del dono identificate da Marcel Mauss nel suo “Saggio sul Dono” c’è l’obbligo di restituire, modi e tempi non sono rigidi e in ogni caso è solo un obbligo morale, non perseguibile per legge, né sanzionabile.

La prevedibilità del dono, ne cambia perciò la natura stessa. Questa è la ragione per cui i donatori istituzionali dovrebbero trasformare le proprie politiche in modo da poter garantire un certo alto grado di prevedibilità dei propri finanziamenti. In questo modo l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, non verrebbe più percepito come un dono, imprevedibile e legato ai “capricci” del donatore, ma finalmente come un investimento da programmare e pianificare con cura.

 

La democrazia e’ un processo sostanzialmente schizofrenico in cui il popolo attraverso le elezioni, esercita la propria sovranita’ soltanto nel momento esatto in cui contemporaneamente la cede all’eletto.

La sovranita’ per essere tale richiede sempre una sottomissione, sia che sia imposta oppure condivisa. Sottomissione al sovrano, al dittatore, oppure alla legge, di cui democraticamente un popolo si dota attraverso il parlamento. Il candidato e’ sottomesso alla sovranita’ popolare soltanto nel momento delle elezioni, dopo di che si fa di fatto sovrano a sua volta, alienando la sovranita’ al popolo fino alla prossima elezione. Tale cessione di sovranita’ genera risentimento nel popolo.

Questa e’ la vera dannazione del populista, che puo’ far valere la voce del popolo  soltanto finche’ non prende il potere. Per mantenersi tribuno del popolo, suo portavoce e megafono, senza soffrire del suo risentimento, il populista ha percio’ bisogno di mostrarsi anch’egli risentito, anch’egli spodestato dal potere e in ogni caso lontano da esso. Per farlo cerca  nuovi capri espiatori e si affida abbondantemente a teorie del complotto o misteriosi attacchi nemici e per questo si inoltra pericolosamente in una incomprensibile schizofrenia delle azioni e dei pensieri, che gli impedirà di essere efficace nell’amministrazione.

La soluzione risiede probabilmente nel considerare la sovranità non in quanto potere, ma come capacita’ di mediare tra forze diverse.  Il vero politico non si deve percio’ occupare di mantenere il consenso a tutti i costi, quanto piuttosto di farsi interprete delle forze che animano una societa’ e riuscire a spiegarne il funzionamento. Per fare questo è importante coinvolgere il popolo nelle decisioni più importanti, ma non in modo strumentale. Gli istituti della democrazia diretta sono importanti, ma conta soprattutto la capacità di prendersi il tempo per confrontarsi e spiegare, senza vergognarsi di avere più strumenti di lettura di altri.

L’esempio di Macron con gli operai della Whirlpool è stato importante a questo proposito. Chiaramente non basta e vedremo se questo atteggiamento resterà anche in futuro.

Di certo farebbe bene a tutti.

Quello che è successo ieri 4 Maggio 2017 con l’assalto di Forza Nuova alla sede di IOM di Roma è fastidiosamente pericoloso e dannatamente preoccupante.

Il recente ed interminabile dibattito sul ruolo delle ONG nel Mediterraneo alimentato dalle parole del Pubblico Ministero di Catania e proseguito con le scomposte strumentalizzazioni di Leghisti e Grillini, ha di fatto posto le premesse alle azioni di questo grupppo di fascisti (peraltro autodichiaratisi tali).

Le ONG sono state costrette a rispondere in varie occasioni e sono intervenuti in loro supporto anche Saviano ed Erri De Luca, oltre a Grasso e Gentiloni, ma sembra non essere bastato.

Prima che la situazione scappi completamente di mano e che le ONG vengano trasformate nel capro espiatorio di un’oggettiva mancanza, dobbiamo davvero intenderci su alcuni semplici punti:

  1. Una sana e funzionante societa’ democratica si fonda sulla presenza di attori distinti che svolgono funzioni diverse. A tutti è richiesto semplicemente di fare il proprio mestiere: i governi forniscano servizi e protezione ai cittadini; la magistratura indaghi e se ha prove denunci e condanni; la stampa faccia le inchieste e spieghi i fatti; le ONG salvino le vite umane. A nessuno è richiesto di alimentare odio a vanvera nei confronti di categorie generalizzate (ora i politici o i giornalisti, ora i giudici o le ONG).
  2. Le ONG coprono dei vuoti, lasciati in particolare dai governi. Dove ci sono governi funzionanti che offrono servizi e proteggono i cittadini, le ONG non hanno ragione d’essere. Il fatto stesso che le ONG operino in alcuni contesti è la denuncia di una mancanza. La fine dell’Operazione Mare Nostrum, ha lasciato quel vuoto. Ci fosse ancora Mare Nostrum, non ci sarebbe bisogno delle ONG (e contro quello che dovrebbe essere il loro interesse, il ritorno di “Mare Nostrum” è ciò che chiedono).
  3. I neofascisti di Forza Nuova, ma anche a quanto pare Grillini e Leghisti, lasciano intendere che i governi dovrebbero servire e proteggere esclusivamente i propri cittadini e debbano lasciar perdere tutti gli altri scimiottando chi grida America, UK,  o France First e che il mondo bruci pure. Questa però è la politica dello struzzo. La reazione di molti cittadini è comprensibilissima e non ritengo vada condannata, ma semplicemente non ci aiuta a risolvere problemi che se vengono respinti dalla finestra presto o tardi arriveranno dalla porta. E’  per questo che di fronte a problemi globali abbiamo bisogno di risposte e di attori globali e l’UE e’ uno di questi.
  4. Le migrazioni sono un fenomeno globale complesso, che non puo’ essere ridotto a una semplice questione di sicurezza. E’ davvero banale, eppure è incredibile come il tema sicurezza sia predominante quando si parla di migrazione. Dobbiamo imparare a gestirlo e ad amministrarlo con i problemi che comporta, ma anche con le tante opportunità che puo’ creare.

 

Parafrasando Obama, qualsiasi cosa succeda, il 5 Dicembre sorgera’ il sole!

E quando il sole sorge facciamoci trovare pronti. Un paio di considerazioni ci possono tornare utili:

  1. Il governo non cambia e se cambia cambia di poco
  2. Sia che vinca il no o  che vinca il si, bisogna rimettere mano alla costituzione o alla sua modifica.

A questo punto la questione secondo me fondamentale per la sinistra e’ di mettersi al lavora fin da ora per costruire ponti con il governo Renzi, perche’ le modifiche vengano effettuate mettendo al centro la cittadinanza, il principio di uguaglianza e la partecipazione.

In May 2008 the Council of Europe launched the “White Paper on Intercultural Dialoguewith the view of answering to the questions: “How shall we respond to diversity? What is our vision of the society of the future? [..]” (Council of Europe, 2008, pg.3).

Though it is a document that was produced in 2008, the “White Paper” is an interesting and well thought piece of work that tries to provide suitable answers to issues that are arising because of internal and international migrations very relevant today.

The document provides first a quite useful introduction to the approaches to cultural diversity such as assimilation and the multicultural theories, before providing argument to move into a inter-cultural dialogue approach.

Assimilation is presented in the context of the European nation-state of the mid 19th century, which in European tradition has been formed on the basis of rigid exclusive national identities and the principle of pride to belong to a certain fatherland. The assimilation theory applied to the European context proved to be quite ineffective after the World War II, where many immigrants coming from the old colonies did not have any chance to be integrated in a European country if not through an assimilation process intended mainly as homogenization with the dominant culture.

Assimilation has been than overtaken by the Multicultural approach, which was intended to protect and support the minority groups and the marginalized cultures. Multiculturalism was aiming at a society in which, different cultures, different habits and different religions could coexist peacefully. The most recent years and the global migration started in the 1980s challenged also this approach. The European Union member states proved not being able to effectively integrate the presence of a lot of different cultures, different minority groups, which don’t communicate among each other, which don’t share some common principles, which basically live in rigid, distant non communicating groups. The critics to the discreetness of cultures that was operated to the colonial powers (Amselle, 1999) could be replicated at home.

The White Paper on Intercultural Dialogue intends to respond to this issue introducing the intercultural dialogue as a necessary approach to cultural diversity. According to this approach cultures are requested to be able to enter into dialogue on the basis of a set of common values and principles shared by all the citizens that intend to live in the EU. The common principles that need o be shared by all the citizens are an agreement on the respect of Human rights, democracy, the rule of law, equal dignity and mutual respect, gender equality, attempt to remove barriers to intercultural dialogue such as poverty or exploitation and respect for other religions.

The Intercultural Dialogue though has also been challenged. According to Welsch (Welsch W. 1999, p. 196), Intercultural dialogue suffers of the same initial mistakes of considering cultures as “islands”, in this case they are islands that dialogue instead of simply cohabiting like in the case of multiculturalism, but still “islands”. As he puts it: “The concept does not get to the root of the problem. It remains cosmetic.”

Welsch identifies the solution in “Transculturality”, which he builds on the emphasis he puts on the network and the interconnections at the individual level. The histories of individuals are already a hybrid construction of different cultures, habits and practices, it is now required that Transculturality is accepted as an analytical as well as a normative theory.

Interestingly the concept of Transculturality has been used especially in Ethno-psychiatry or transcultural psychology, where the cultural components are investigated at individual level and it is considered a production of interpersonal relations in the first place. The concept could prove to be quite useful especially in the way it considers cultures. Not as containers of practices and people, not as a label for a group of people who share some degree of habits, rather a set of tools and instruments people use to entertain relations.

Applying the theories – Managing real issues

All these sound like very interesting theories and ideas, but how they can actually help us in solving real issues, such as Cultural Conflicts, Illegal trafficking or benefit sharing with hosting communities? I believe transculturality could provide a solid answer to all those questions.

Cultural Conflicts:

A change in attitude in the way the people are perceived could have positive effects in the reduction of conflicts. Many of the so-called cultural conflicts are possible because people are seen not as individuals, but as representatives of a different group, a different culture that bring all together a different lifestyle and different religions that could threaten the culture and the habits of the residents in the receiving country. This kind of change would transform the way the other is perceived. Not a representative of another culture, but an individual with his or her own expectations, ambitions, desires and dreams. What could be considered a general threat if kept into the discrete category of culture, could be transformed into a fruitful relation if considered only an individual. The transcultural approach could provide the theoretical background for such change of attitude, much more than the multicultural and even the intercultural approach, which instead focuses on general dialogue between cultures instead of starting from the real individual and the relation it could be built exactly with him or her.

Migration related illegal activities:

The way the migration work at the moment leave the impression that immigrants are  not functional to the society. Even worst, it is argued that states keep legal migration very strict to cheer their citizens, allowing illegal movements of immigrants that are needed for the production. In order to change this, we should recognize the role of immigrants not only in our factories, but also in our societies. The transcultural approach could support this inclusive attitude from which we would have clearer policies from receiving countries’ governments on their real needs and requirements and on the other side a greater participation of immigrants to a society they would feel to be part of.

Benefit sharing:

Of course hosting communities should see some benefits too.  This should be done with specific actions that provide incentives to communities that host migrants in the form of financial incentives or tax relief for joint businesses and start ups.

Conclusion – Culture as relations’ booster

A ‘paradigm shift” is more and more necessary on the way we think and use the term “culture” and its plural version “cultures”. The Transcultural Theory I tried to present is to me a solution that deserves to be taken in consideration for many of the issues related to migration.

The concept of culture we are used to, risks considering the cultures as containers. The paradigm shift needed would consider cultures not as containers (as per the classical definition of Taylor culture is “that complex whole which includes knowledge, belief, art, morals, law, custom, and any other capabilities and habits acquired by man as a member of society.”, Taylor E., 1920), which can end up even including people, rather as a tool for the interaction. I would imagine cultures more like a “software or operating system” that could provide meaning to a relation (with other individuals, groups, but also to the nature, etc), instead of such a complex whole of different things. Insisting of this change in attitude could provide the best basis for a better management of migration in receiving countries.

 

 

References

Amselle J. L., 1999, “Logiche Meticce. Antropologia dell’Identita’ in Africa e altrove”, Bollati e Boringhieri, Torino

Council of Europe, 2008, “White Paper on Intercultural Dialogue – Living together as equals in dignity ”, CoE, Strasbourg

Epstein M., 1999, “Transculture in the Context of Contemporary Critical Theories” in Epstein M, 1999, “Transcultural Experiments: Russian and American Models of Creative Communication, New York: St. Martin’s Press (Scholarly and Reference Division), 1999, pp. 79-90  (Chapter 4)

Tylor, E., 1920 [1871]. Primitive Culture. New York: J.P. Putnam’s Sons.

Welsch W., 1999, “Transculturality – the Puzzling Form of Cultures Today”, in Featherston M. and Lash S. (edited by), 1999, “Spaces of Culture: City, Nation, World”, Sage, London

Le risposte un po’ affannate dell’intelligentsia europea alla crisi post brexit lasciano confusi. Juncker dice che il divorzio non sara’ consensuale il tutto per scoraggiare altri stati ad uscire. Prodi (che comunque e’ il piu’ lucido: il rosmarino e Blair in questa intervista sono passaggi splendidi!) parla del ruolo dei paesi guida. Tusk, che la deve aver presa proprio male per parlare di fine della civilta’ occidentale, parla di leader determinati a mantenere l’unita’ (come se dipendesse da loro). Renzi, Merkel e Hollande si riuniscono per dare l’impressione di avere tutto sotto controllo, rilanciando ancora l’idea che la soluzione siano gli stati-nazione (solo alcuni tra l’altro) e mai i cittadini e mi viene davvero da chiedere se e’ stato utile tutto questo grande fracasso.

Almeno facciamo in modo di usare la Brexit come occasione di rinnovamento vera per l’EU altrimenti e’  una tragedia con dei costi enormi per nulla. Le tragedie possono essere utili se le usiamo bene.

La vera lezione che dobbiamo apprendere e’ che gli “stati-nazione” e i leader che le guidano hanno del tutto e definitiavmente esaurito la loro funzione. La Scozia reclama un referendum per la sua indipendenza e vuole aprire un fascicolo per restare in Europa da sola, in Irlanda del Nord si parla di riunificazione con l’EIRE e addirittura Londra si vorrebbe proclamare citta’ stato, cosa per altro condivisa anche da altre parti.

Possiamo finalmente mettere al centro i cittadini europei e non gli stati Europei (o i loro leader)?

Cittadini Europei ci sentiamo gia’ da un pezzo e degli stati ce ne facciamo ormai poco e niente.

Per questo propongo: cittadinanza europea a tutti i cittadini britannici che la vogliono richiedere!

L’Europa ha senso se non si pensa piu’ come associazione tra stati e si pensa invece come organizzazione di cittadini e per far questo dobbiamo proprio ripartire dalla cittadinanza.

 

 

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