In Sapiens, di Yuval Noah Harari, si ripercorre brevemente la storia dell’umanità dall’australopiteco in poi.

Ciò che ci ha veramente differenziato come specie animale e che ha fatto crescere la nostra intelligenza e il nostro successo nonostante non fossimo nè tra le più forti, veloci o resistenti delle specie, è il fatto che ci siamo riuniti in comunità. E per creare il senso di comunità è stata fondamentale una cosa che adesso disprezziamo: il pettegolezzo.

Attraverso il gossip i nostri avi hanno creato le leggi, nate proprio deplorando certi atteggiamenti e incensandone altri.

A pensarci, il “politically correct” svolgeva un po’ questa funzione, metteva un freno ai comportamenti più turpi e permetteva che emergesse una regola di ciò che è accettabile per la comunità e ciò che non lo è, al tempo dei mezzi di comunicazione di massa.

Intendiamoci, era giusto che scomparisse, e ci hanno aiutato senz’altro anche le riflessioni postmoderniste (oltre che l’arrivo dei social media), ma adesso siamo rimasti soltanto coi cocci.

L’unica soluzione anch’essa fondamentale per creare il senso di comunità, è creare dei miti.

E io di questo sono profondamente convinto, abbiamo bisogno di una grande epica! Una narrazione che dia un senso condiviso a ciò che siamo. “Un cunto de li cunti” per l’umanità. E senz’altro in questa direzione vanno le grandi serie tv che stanno costruendo una nuova epica, il cinema ancora e altra narrazione. Di certo in questa direzione va l’intuizione geniale di “The new italian epic” di Wu Ming, che è riuscito a cogliere questo aspetto emergente addirittura nella letteratura italiana degli anni ’90 e primi 2000.

Ora dobbiamo creare il nesso tra tutto ciò che c’è, per dargli coerenza e la consistenza di una storia comune.

L’interessante dibattito che Dafne Murè [1] ha lanciato a partire dall’uso del termine “competenze” nella scuola ci permette di affrontare una delle domande che troppo spesso nel dibattito pubblico rimane inevasa: a cosa serve la scuola?

A me pare che in questo momento in cui su tanti fronti abbiamo bisogno di ripartire da zero, questa sia una delle domande che davvero dobbiamo farci. Dobbiamo davvero tornare alle basi per mettere alla base la scuola[2].

Giusto un paio di cenni storici:

La scuola italiana post-unitaria a partire dalla riforma Casati ed includendo le successive riforme Coppino e Orlando, si dava come obiettivo quello di costruire un sistema scolastico nazionale centralizzato e separato da quello religioso fino ad allora prevalente e di fare uscire dall’analfabetismo un intero paese (nonchè aggiungerei io, giustificare anche eticamente l’ordine sociale del momento).

La scuola della riforma gentiliana[3] (definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”) sembrava rispondere invece alla necessità di forgiare una identità nazionale di fatto prima inesistente, ed introduce infatti una forte enfasi sulla lingua italiana (marginalizzando le comunità germanofone e slavofone) e ripristinando l’insegnamento della religione cattolica.

Dal dopo-guerra e fino ad oggi, la scuola ha cercato l’equilibrio tra una spinta all’apertura a volte profondamente rivoluzionaria (a partire dall’esperienza di Don Milani della scuola di Barbiana, ma anche l’importanza posta ai primi anni di sviluppo del bambino con l’istituzione della scuola materna statale; o la riforma universitaria post sessantottina) e un’altra spinta che potremmo definire utilitarista in cui sembra che l’unico scopo della scuola sia quello di alimentare il mercato del lavoro. Una scuola che non è messa a servizio della società, ma del mercato.

Le riforme più recenti, dalla Moratti, alla Gelmini, fino alla 107 mi pare si inscrivano tutte in questa ultima prospettiva tutta volta alla costruzione di un “capitale umano” che sappia fare fronte alle necessità del mercato e dell’economia. In questa logica si inserisce il dibattito sulle competenze, intese come principale strumento per l’accrescimento del capitale umano da cui deriva l’enfasi posta sulla valutazione che idealmente serve proprio a misurare l’aumento di valore del capitale umano e aumentarne la spendibilità nel mondo del lavoro.

Dalle “competenze” alle “capabilities

Invece che concentrarci sulle competenze potremmo invece lasciarci ispirare dal “Capability Approach[4]” sviluppato da Amartya Sen nel campo dello sviluppo e adattarlo alla scuola. In “Development as Freedom[5]” Sen sostiene in modo convincente, che obiettivo e strumento dello sviluppo dovrebbe essere la libertà.

Lo sviluppo infatti non può essere considerato come semplice crescita economica, ma piuttosto come raggiungimento di tutte le libertà individuali e sociali che permettono alle singole persone di poter avere una vita soddisfacente e che consenta a ciascuno di perseguire le proprie aspirazioni.

Sen definisce la mancanza di sviluppo come mancanza di libertà e riconosce allo stesso tempo la possibilità di raggiungere le libertà individuali come fondamentali per il raggiungimento anche dello sviluppo economico e più in generale del benessere della società.

L’enfasi è quindi posta sulle persone e le capabilities sono identificate come l’insieme di capacità e facoltà di cui gli individui dovrebbero dotarsi per ottenere tali libertà.

La possibilità di operare scelte è ciò che rende effettivamente liberi e le capabilities di cui dovremmo dotarci sono perciò quelle che possano aiutare a raggiungere tali libertà come per esempio quella del pensiero critico, della creatività, della capacità di collaborare in squadra, quella di poter provare empatia, di potersi esprimere pubblicamente, di sapere affermare le proprie posizione nel rispetto di quelle degli altri, quella della curiosità e così via.

L’aspetto più convincente della trattazione di Amartya Sen è proprio l’effetto positivo che le libertà individuali avrebbero anche sulla società nel suo insieme.

Non è mettendo la scuola a servizio del mercato che otterremmo il meglio per le persone, ma ribaltando il concetto, mettendo al centro le persone avremmo effetti positivi anche sul mercato e la società.

La scuola non può quindi fare altro che mettere al centro gli studenti e le studentesse, mirando ad equipaggiarli non tanto di competenze, ma di capabilities che li aiutino ad essere più liberi e libere e così facendo rendano più libera tutta la società[6].

 

[1] https://www.orizzontescuola.it/comitato-scuola-di-possibile-per-una-riappropriazione-della-parola-competenza/

[2] https://www.facebook.com/AllaBaselaScuola/

[3] http://www.treccani.it/enciclopedia/la-riforma-gentile_%28Croce-e-Gentile%29/

[4] https://plato.stanford.edu/entries/capability-approach/

[5] https://global.oup.com/academic/product/development-as-freedom-9780198297581?lang=en&cc=no#

[6] Come tanti, personalmente subisco molto il fascino del sistema scolastico finlandese. Non credo che sia l’unico , ma mi sembra però che vada proprio in quella direzione e che quindi potrebbe essere un ottimo punto di partenza anche per una riforma del nostro istema.https://www.edweek.org/tm/articles/2014/06/24/ctq_faridi_finland.html

Io credo che nel futuro avremo sicuramente ancora bisogno di lavoro. Si tratta di capire che tipo di lavoro vogliamo. Per me il lavoro va inteso come dimensione essenziale dell’essere umano, che non sia semplice generazione di reddito (per quanto anche questo sia indispensabile), ma che sia uno strumento per permettere a tutti di inseguire i propri sogni e le proprie aspirazioni.

Come sarà il lavoro del futuro?

Il mondo è cambiato e sta ancora cambiando ad una velocità prima sconosciuta. E così non possiamo non tenere in conto che il lavoro è stato letteralmente travolto dalla globalizzazione e sta ancora cambiando con l’automatizzazione e l’Intelligenza Artificiale. Non possiamo non tenere in conto soprattutto l’aumento delle disuguaglianze, che rischiano di escludere un numero sempre maggiore di persone da quel futuro che vogliamo costruire.

Per questo non ha senso riprodurre ora uno schema che funzionava in un’epoca ormai passata. Dobbiamo prevedere e se possibile anticipare il futuro. Per agire sul futuro dobbiamo cominciare a lavorare subito:

  • Anzitutto la scuola. Una scuola che guardi al futuro non può considerare la globalizzazione come la grande chimera da cui scappare e da cui nascondersi, rifugiandosi come struzzi sotto la sabbia dei nostri confini. Abbiamo bisogno di cittadini e cittadine che sappiano muoversi a proprio agio nel mondo e la scuola deve fornire loro gli strumenti per farlo. Vogliamo una scuola che offra le competenze trasversali (creatività, collaborazione, gestione della complessità, ragionamento argomentativo, resilienza) che sono e saranno sempre più necessarie per trovare e creare lavoro in futuro.
  • La seconda chiave è l’innovazione. E se vogliamo l’innovazione di cui abbiamo bisogno, dobbiamo puntare moltissimo sull’università e sulla ricerca.
  • La proposta del reddito di cittadinanza è un falso clamoroso e non lo dico solo per una questione di finanze e coperture. Lo dico soprattutto per una questione concettuale. Il lavoro svolge una funzione sociale che supera quella della produzione di reddito. Un reddito di cittadinanza come suggerisce Martin Ford pensato in sostituzione dei redditi da lavoro che verrebbero meno con l’automatizzazione e l’Intelligenza Artificiale, non considera per nulla ‘aspetto qualificante del lavoro per finirebbe semplicemente per trasformarci in consumatori
  • Globalizzazione dei diritti. Come diceva Rodotà dobbiamo passare da una globalizzazione dei mercati ad una globalizzazione dei diritti. E’ solo faendo in modo che ci siano più diritti tra i lavoratori del Bangladesh per esempio che eviteremmo delle delocalizzazioni al ribasso e così garantiremmo anche i diritti dei lavoratori in Italia o in Europa. Dobbiamo riuscire ad invertire la dinamica per cui c’è una competizione al ribasso tra i lavoratori, mentre la globalizzazione potrebbe essere una competizione al miglioramento continuo di diversi paesi.
  • Grande piano Marshall per l’Africa. Per questo serve anche investire dove il lavoro non c’è o è sena diritti. Un grande piano di investimenti sull’Africa serve a riattivare le dinamiche di sviluppo in un continente che ne ha bisogno e da cui beneficeremmo tutti. Il mezzogiorno d’Italia sarebbe probabilmente il primo a beneficiarne trovandosi nel centro di un piccolo mare dove tre continenti si affacciano.
  • Finanziamenti a fondo perduto per l’imprenditoria. Meccanismi innovativi per finanziare l’impresa e il lavoro devono essere continuamente pensati ed elaborati.
  • Fiscalità meritocratica, nel senso che incoraggia il merito delle imprese che hanno un impattto sociale positivo sulla collettività: Abolizione degli anticipi fiscali e per le attività a forte impatto sociale positivo e riduzione delle tasse per le imprese che possano dimostrare di avere un impatto sociale elevato. Questo porterebbe alla nascita di organizsmi di certificazione dell’impatto sociale che ne dimostrino l’esistenza.

Non ci sono soluzioni semplici alle grandi sfide che abbiamo davanti, ma sono sicuro che se riusciamo a mantenere la lucidità di uno sguardo d’insieme possiamo unire le forze e probabilmente farcela.

In un piccolo libello intitolato “Un’ Antropologia delle forze” pubblicato nel 1983 da Einaudi, l’antropologo portoghese José Gil ci spiega come i principi di fondo dell’obbedienza statuale non siano assoluti e neppure eterni.

Se la politica nell’occidente è intesa come esercizio del potere in una logica verticale di comando e obbedienza, o diremmo anche di sovranità,  lo stesso non può essere detto per le società “primitive” (erano gli anni ’80 e le definiva ancora così, io preferisco chiamarle società “non-statuali”).

Al principio di sovranità è sempre collegato quello di sottomissione. Se c’è un “sovrano” che sta sopra, ci sarà anche un “suddito” che sta sotto, in una relazione verticale di obbedienza. E questo avviene sia che sia sottomissione al sovrano appunto, oppure al dittatore o alla legge e in ogni caso allo stato che è l’istituzione più rappresentativa del principio di sovranità.

La suggestione più interessante è quella di quando ci spiega la differenza nelle dinamiche tra le forze nello “stato-nazione” moderno e  nelle società “non-statuali”. Lo stato-nazione come istituzione, si fonda sul principio del monopolio della forza che è conseguenza diretta e condizione necessaria per l’esercizio della sovranità. Solo lo stato infatti puo’ usare la violenza  o  permetterne l’uso.

Partendo da una rilettura originale di Pierre Clastres e per spiegare come le società “non-statuali” siano diverse da quelle moderne, Gil introduce il concetto di forza.

Nelle società non-statuali, anche la funzione della principali delle istituzioni e cioè quella della “chieftainship” è diversa da quella della principale istituzione delle società statuali e cioè lo “Stato” stesso.  Mentre lo “stato” tende ad accumulare continuamente forza, così da poter mantenere il proprio primato, nelle società non-statuali la chieftanship si fonda sul principio dell’equilibrio delle forze e il chieftain, il capo villaggio, o capo clan, non accumula mai la forza, ma si fa piuttosto facilitatore e promotore dell’equilibrio tra le forze.

In una società globale,  che come direbbe Marshall MacLuhan è ristretta alla dimensione di un villaggio, è forse giunto il tempo di ripensare a quali possano essere le basi su cui fondare una governance globale che possa affrontare le sfide della contemporaneità, che hanno una dimensione sempre più globale.

Diventa necessario che si consideri perciò il principio dell’equilibrio delle forze e non quello della sovranità come fondamento di tale nuova governance.

Le forze in gioco dovrebbero tenere conto di una serie di constituencies (come per esempio stati-nazione; settore privato; Organizzazioni della società civile; Stampa, Accademia, Scienze e Arti; Gruppi religiosi) ciascuna che sceglierebbe sulla base di criteri propri i rappresentanti ai vari meccanismi di governance, piuttosto che su di una selezione fissa di partecipanti o su quella della rappresentanza.

Il principio di fondo è che i componenti di qualsiasi governing body non siano gli stati (che si fondano sul principio della sovranità), ma sulle forze e quindi sugli agenti che queste forze muovono e detengono (tra cui quindi anche gli stati, ma non solo loro).

La modalità in cui la governance di forze diverse si stabilisce, dipende dalla funzione che svolge. Possono essere governance di tipo normativo (trattati, che quindi si fondano sulla sovranità degli stati-nazione per poter operare), o anche di tipo positivo (in cui prevale la capacità di persuasione legata all’autorevolezza e alla reputazione dei tavoli o dei membri).

Sull’esempio di quanto avviene nelle società non statutali, una governance globale può svolgere anche altre funzioni come per esempio quello di offrire consigli, esprimere ciò che si può ritenere giusto o sbagliato, essere arbitro nelle liti se richiesto, mantenere una memoria collettiva. Insomma nelle società non statuali il politico si occupa di gestire la carenza di potere più che il suo esercizio, andando a colmare vuoti dove esistano e facendosi promotre di un equilibrio tra forze diverse.

Il potere e il politico nascono da uno squilibrio delle relazioni sociali e la società si equipaggia di dispositivi di contropotere, proprio per evitarne l’accumulazione.

Pensare ad una governance globale basata sul principio delle forze e non della sovranità, significa perciò costruire una società in cui si aspiri apertamente all’equilibrio tra le forze che la compongono e non all’illusione di una società guidata da una legge sovrana in cui le forze comunque si muovono, ma molto più nascostamente.

 

Faccio il mio personale appello al voto, non per chi ha già deciso di votare LeU, PD, M5S, +Europa, ma per chi invece non ha ancora deciso se e cosa votare.

È vero, tante cose di questa campagna non sono state belle. La visione corta, la corsa a chi la sparava piu grossa, la piccolezza di certi discorsi. Siccome non ci sarà vincitore certo, i partiti non sentono il morso dell’accountability perchè tanto nessuno potrà recriminare loro di non aver fatto ciò che hanno promesso visto che nessuno avrà la maggioranza per farlo.

E così gli scenari per il dopo elezioni non sono incoraggianti: 1) se vincono le destre magari a trazione leghista, oppure ci sarà un governo Lega e M5S avremo cinque anni all’insegna del sovranismo, la risposta peggiore a questa globalizzazione che invece richiederebbe di essere sfidata. Metteremo la testa nella sabbia per 5 anni per poi scoprire che nel frattempo saremo diventati una periferia, saremo più poveri, conteremo di meno e non avremo le risorse per avere un welfare state dignitoso, saremo isolati e cominceremo a farci la guerra tra di noi cercando nuovi capri espiatori. 2) Se ci sarà un governo FI e PD continuerà la globalizzazione delle elite che abbiamo adesso. Continuerà il trend che vede i ricchi stare meglio e i poveri stare sempre peggio. Continueranno le politiche dell’austerità e si metteranno al centro ancora le banche e le multinazionali. 3) E poi c’è il terzo scenario. Dico subito che è ben lungi dall’essere uno scenario ideale, ma è quello che vede LeU, PD e 5S insieme. All’interno dei 5S ci sono anime più ragionevoli e meno populiste e io credo che insieme possano essere maggiori le probabilità di raggiungere ciò che davvero ci serve e cioè apertura all’europa e al mondo, ma con una forte spinta critica e la voglia di cambiare la globalizzazione mettendo al centro le persone. Un welfare attento ai più deboli e un atteggiamento che sfidi i poteri senza complessi. Probabilmente i successi saranno piccoli e faticosi, ma saranno nella giusta direzione.

Per tutto questo io voterò LeU nella convinzione che il mio voto potrà più di altri spingere in questa direzione.

Una certa deriva sovranista forte nella destra leghista e grillina, ma che si respira anche a sinistra in particolare con gli interventi di Stefano Fassina, mi stimola a ricordare i “dieci punti sulla globalizzazione” di Amartya Sen comparsi in Globalizzazione e libertà (Mondadori, 2002, pp 3-9) e che copio qui di seguito perchè ce ne possiamo ricordare tutti. A parte alcuni punti che risentivano del dibattito politico dell’epoca (il G8 di Genova era del Luglio 2001), secondo me vanno tenuti a mente soprattutto il punto 4, il punto 8 e il 9.

Non si tratta di chiuderci in noi stessi, uscire dall’euro, alzare muri o barriere doganai. Si tratta di esportare diritti e creare una globalizzazione dei diritti. Non abbiamo molte altre soluzioni.

E’ breve, buona lettura:

1. Le proteste anti-globalizzazione non riguardano la globalizzazione

Gli aderenti al cosiddetto movimento anti-globalizzazione non possono essere contro la globalizzazione, poiché queste proteste sono di fatto uno degli eventi più globalizzati del mondo contemporaneo.

 

2. La globalizzazione non è un fatto nuovo e non può essere ridotta a occidentalizzazione

Per migliaia di anni la globalizzazione ha contribuito – con un flusso dapprima da Oriente verso l’Europa e successivamente dall’Occidente verso Oriente – al progresso del mondo attraverso i viaggi, il commercio, le migrazioni, la diffusione delle culture, la disseminazione del sapere e della conoscenza reciproca.

 

3. La globalizzazione non è una follia

La globalizzazione ha arricchito il mondo dal punto di vista scientifico e culturale, così come ha recato benefici economici a molti popoli. Quello di cui c’è bisogno è una distribuzione più equa dei frutti della globalizzazione.

 

4 Il tema centrale è la disuguaglianza

La sfida principale ha a che fare con la disuguaglianza sia tra le nazioni sia nelle nazioni: la divisione tra Paesi ricchi e Paesi poveri o tra differenti gruppi di un Paese, dei guadagni generati dalla globalizzazione.

 

5. La preoccupazione principale è la disuguaglianza, non la variazione agli estremi

Quando affermano che i ricchi stanno diventando sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, i critici della globalizzazione scelgono il terreno di scontro sbagliato.

 

6. La questione è la distribuzione equa

Il tema centrale non è se un particolare risultato comune sia per tutti migliore, in altri termini se tutte le parti guadagnino qualcosa, ma se questo guagadno si traduca in una divisione equa dei benefici.

 

7. Il ricorso all’economia di mercato dipende da condizioni diverse e produce effetti differenti

La prosperità economia non è possibile senza un ampio ricorso ai mercati. Tuttavia, è bene tenere a mente che il mercato è un’istituzione fra tante e che può produrre risultati molto diversi a seconda della distribuzione delle risorse materiali, dello sviluppo di quelle umane, delle regole impiegate sia all’interno di un Paese sia a livello mondiale.

 

8. Il mondo è cambiato dagli accordi di Bretton Woods

L’architettura economica, finanziaria e politica mondiale che abbiamo ereditato dal passato (Banca Mondiale, FMI e altre istituzioni create negli anni Quaranta) non teneva in considerazione la forza delle ONG, l’ambiente non godeva di una particolare attenzione, la democrazia non veniva concepita come un diritto globale.

 

9. Sono necessari cambiamenti delle politiche e delle istituzioni

Il balance of power, che riflette ancora lo status quo degli anni Quaranta, deve essere riesaminato.

 

10. La risposta ai dubbi globali è la costruzione globale

Non esiste una via d’uscita, né buone ragioni per cercarla, dal generale processo di globalizzazione. Benché vi siano sufficienti motivi per sostenere la globalizzazione, è necessario al contempo affrontare i temi etici e pratici che ne derivano.

Racconto una storia. E’ una di quelle storielle che viene raccontata sempre nei corsi sulla sicurezza in zone di guerra e che poi però ho scoperto ha usato anche Noam Chomsky in Media e Potere e che riporto qui di seguito:

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Proprio così.

Nelle zone di guerra quella storiella serve a far capire che dobbiamo prestare sempre molta attenzione al contesto in cui operiamo e che a volte uno sguardo esterno “che misuri la temperatura” può esserci molto utile ad evitare di abituarci all’aumento dei rischi che prendiamo, alla leggerezza con cui operiamo alcune scelte e infine ad evitarci di rimanere bolliti. Chomsky la usa per spiegare l’assuefazione alla narrazione dominante dei poteri egemoni e al loro blando trasformismo contro cui non riusciamo più a reagire. Il senso insomma è lo stesso.

Siccome sono tornato in Italia solo da pochi mesi, mi sento un po’ come quella rana che tocca l’acqua e si accorge che la temperatura è davvero tropppo alta.

Ecco, a me pare che il dibattito pubblico sia davvero avvelenato da false speranze, promesse farlocche, ma soprattutto da tante risposte sbagliate alle quali reagiamo semplicemente alzando le sopracciglia, dicendo che tanto non cambia nulla e che i politici sono tutti uguali.

Ho anche io tanti dubbi, anche a me non piacciono tante cose e anche a me sono cadute le braccia un bel po’ di volte sentendo parlare di tattiche, candidature imposte e decisioni dall’alto.

Ma dobbiamo renderci conto che la temperatura dell’acqua intanto sale ancora: CasaPound si candida e magari entra in parlamento, certo magari senza prendersi il Governo, ma intanto prendendosi il Paese un pezzo alla volta; il candidato alla presidenza della Regione Lombardia Fontana sproloquia senza conoscere il significato di quello che dice, definendo un lapsus quello che è una serissima dichiarazione di razzismo e Salvini lo difende pure; molti altri giocano con un sovranismo anacquato, che proprio perchè è in chiave minore rispetto a quello urlato dalla Lega e dalle destre è più infido e pericoloso. Rischiando di isolarci e vivere nell’illusione di un mondo che non esiste, chiuderci in noi stessi per non contare nulla, ma raccontarcela un sacco.

Di fronte a tutto questo serve reagire e serve rispondere con decisione, per questo nonostante tutti i miei dubbi sosterrò Liberi E Uguali. Questa forza, magari non entrerà al governo, magari non esprimerà la maggioranza, ma credo che possa raggiungere un obiettivo ancora più ambizioso: imporre la propria agenda e cambiare la narrazione in questo Paese, sperando infine di non lasciare vittime tra le rane.

Se c’è una cosa che ho capito nei miei 15 anni di vita da espatriato in Africa e in Asia è che eventi che pensiamo lontanissimi hanno impatto in posti a noi molto vicini: la scelta dell’acquisizione di una impresa operata in Europa ha impatto sulla vita delle persone di una controllata in Myanmar; la decisione di un contadino del midwest sui semi da usare nei suoi campi, ha impatto sulla salute di una persona a migliaia di chilometri di distanza; la mancanza di diritti dei lavoratori in Cina ha impatto sul licenziamento di operai nelle Marche. I nostri confini nazionali non ci mettono al riparo di nulla. Mura e filo spinato non servono a niente, ma anche le leggi e la carta su cui sono scritte, se pensate entro contesti solo nazionali servono a poco.

Quando pensiamo alle politiche su cui vogliamo costruire il nostro Paese abbiamo bisogno di pensarle sempre più entro un contesto globale.

Per questo la politica estera e la Cooperazione Internazionale diventano strumenti  imprescindibili, non solo quando ci occupiamo di pace e disarmo, ma anche quando ci occupiamo di ambiente, di lavoro, di istruzione, di salute e certamente quando ci occupiamo di economia, finanza e fiscalità.

Dobbiamo stare anche attenti al metodo dialettico che usiamo per definire le nostre priorità in base ai loro contrari, perchè a volte questi definiscono il loro significato. E così il contrario di Pace non è Guerra. Il contrario di pace è povertà, disuguaglianza, schiavitù.

Se consideriamo la pace come il contrario della guerra e la cooperazione internazionale come l’opposto agli armamenti, rischiamo di rafforzare il nesso prioritario tra le due cose e trasformare la cooperazione internazionale in politica di sicurezza. Non dobbiamo “svuotare gli arsenali per colmare i granai”, dobbiamo svuotare gli arsenali e basta. E le risorse che servono per la cooperazione internazionale vanno trovate a prescindere, perchè sono investimenti fondamentali ed indispensabili per avere più libertà ed uguaglianza.

Dobbiamo capire che la Cooperazione Internazionale è un investimento fondamentale per il lavoro, l’ambiente, la salute, l’istruzione, l’economia e la fiscalità.

Gli aspetti che maggiormente condizioneranno il lavoro nel futuro saranno la delocalizzazione e l’automatizzazione. Secondo uno studio di confartigianato, nel 2013 le imprese italiane all’estero hanno impiegato 834.000 addetti. E’ chiaro che la delocalizzazione ha un’impatto sul lavoro in Italia. E’ altrettanto vero che ha un impatto positivo sulle economie dei paesi in cui queste imprese investono. Abbiamo rincorso una globalizzazione al ribasso. Per non far delocalizzare, abbiamo tolto diritti in Italia. Dovremmo invece dare più diritti ai lavoratori bengalesi, cinesi, vietnamiti.

L’automatizzazione è l’altra grande sfida, connessa ai diritti dei lavoratori. Se i lavoratori costano troppo in Europa si va in Asia, ma se costano troppo anche li allora ci affidiamo alle macchine. E’ una battaglia che non vinciamo da soli, è una battaglia che ha bisogno di tanta, tantissima politica estera per trovare soluzioni globali.

Lo stesso vale per l’ambiente, gli effetti di politiche sbagliate o di comportamenti non sostenibili si avvertono ovunque. fortunatamente lo stiamo capendo, ma anche qui le soluzioni passano sempre più per scelte globali.

Lo stesso vale anche per la salute, con malattie che prima pensavamo eradicate e che invece ritornano, non solo nei faghotti dei migranti, ma anche dentro i trolley dei turisti. O nell’istruzione e la cultura, che sono sempre più il software con cui funzioniamo noi macchine umane e che ci devono fornire strumenti, competenze e anche l’accreditamento per poter operare nel mondo intero.

Anche lo sviluppo economico ha bisogno di una visione globale, serve per eliminare le disuguaglianze in Italia, ma anche tra diversi paesi e continenti nel mondo. Lo sviluppo del nostro mezzogiorno passa dal Mediterraneo e dobbiamo smetterla di continuare a pensare a questo mare come fosse la frontiera d’Europa. Un piccolo mare su cui si affacciano Europa, Asia e Africa è il centro del mondo! Se permettiamo che altri ci considerino periferia alla fine lo diventiamo! Facciamolo questo Piano Marshall per l’Africa, ma non con 4,4 miliardi di Euro, ce ne servono 100 di miliardi e di risorse vere.

E mi sembra chiaro anche il ruolo della politica estera e della cooperazione internazionale sui temi della regolamentazione della finanza e soprattutto dell’adempimento degli obblighi fiscali, perchè ci sia una fiscalità progressiva vera in un mondo globalizzato dobbiamo dotarci di strumenti globali.

Io credo che in un mondo globale la politica estera e la Cooperazione internazionale debbano acquistare una centralità totale. Dobbiamo dire con forza che le risposte sovraniste e nazionaliste non sono solo inefficaci, ma anche nocive. In realtà noi non abbiamo bisogno di meno globalizzazione, ne abbiamo bisogno di più, una globalizzazione dei diritti.

 

 

 

 

Come Caselli ci ricordava scrivendo della guerra contro il terrorismo delle Brigate Rosse, la vittoria contro le BR è stata possibile soltanto nel momento in cui l’opinione pubblica, la sinistra e l’area di riferimento dei brigatisti ha cominciato a fare terra bruciata loro intorno.

Se questo non è ancora stato possibile con la mafia è solo perchè quest’ultima ha ancora un grande supporto popolare, alimentato da una cultura diffusa di omertà e di sfiducia verso lo stato.

In questo davvero i migranti potrebbero aiutarci, portando con sè la fiducia contagiosa verso un paese che hanno desiderato e per il cui raggiungimento hanno sofferto e lottato. Saviano lo ha detto chiaramente: “saranno gli immigrati a salvarci“.

In questo suona quasi ovvia l’alleanza che a Ostia abbiamo intravisto tra la famiglia mafiosa degli Spada e CasaPound. Non c’è nulla di più pericoloso che l’arrivo di una cultura della fiducia e dell’impegno per minacciare il controllo del territorio mafioso.

I migranti sono funzionali alle mafie solo quando sono merce da trafficare, da sfruttare o addirittura da mettere all’asta, ma sono pericolosi se diventano cittadini portatori di diritti.

Per questo dobbiamo portare avanti una grande battaglia per i diritti. La battaglia per lo ius soli e lo ius culturae non solo è giusta, ma può essere anche un formidabile strumento di lotta alle mafie e all’illegalità.

Vinceremo la lotta contro la mafia solo quando ci sarà una vittoria sul fronte culturale e su quello dei diritti.

Come ogni adolescente e pre- adolescente, mia figlia di 11 anni voleva vestirsi come meglio credeva per andare a scuola, così ho dovuto discutere con lei su ciò che andasse bene oppure no.

Il tutto si traduceva nel voler mettere una grossa calzamaglia di lana colorata con sopra dei pantaloncini di jeans oltre a un grosso maglioncione invernale e un giaccone.

Il problema erano i pantaloncini.

Fino a qualche tempo fa bastava che dicessi che no, i pantaloncini non andavano bene perchè non “appropriati” e lei ubbidiente li avrebbe cambiati. Sfortunatamente i bambini crescono e la loro intelligenza si mette di traverso al nostro lavoro di genitori. Così mi ha chiesto perchè non fossero “appropriati” e “appropriati” per che cosa poi?

Trovare risposte non era facile. La temperatura e il clima non giustificavano prese di posizioni estreme, visto che l’abbigliamento era assolutamente sufficiente. Per di più quelli erano gli stessi pantaloncini che d’estate invece erano appropriati.

Così ho cominciato a invetarmi la spiegazione che l’abbigliamento poteva dare indicazioni sbagliate sull’età facendola sembrare più grande. E come si sa da persone più grandi ci si aspetta le cose che fanno i grandi. Sarebbe stato perciò sbagliato dare il messaggio a potenziali sconosciuti che lei avesse più dei suoi 11 anni.

Ha controbattuto che molte bimbe di gran lunga più piccole usavano lo stesso identico abbigliamento e che questo non costituiva problema. Perchè insistevo?!

Era chiaro che la razionalità stava dalla sua parte.

Alla fine ho dovuto dirle che in effetti aveva ragione, il problema non era lei, ma le persone che la guardavano e che avrebbero potuto interpretare il suo abbigliamento in modo sbagliato.

L’appropriatezza o inappropriatezza del suo abbigliamento stava in realtà nello sguardo di chi la guardava. Il mio per primo visto che avevo sollevato il problema.

Forse sarebbe il caso che educatori, parroci, giornalisti comincino a fare ragionare su quanto sia appropriato il comportamento di chi guarda più che di chi è guardato.

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