In Sapiens, di Yuval Noah Harari, si ripercorre brevemente la storia dell’umanità dall’australopiteco in poi.

Ciò che ci ha veramente differenziato come specie animale e che ha fatto crescere la nostra intelligenza e il nostro successo nonostante non fossimo nè tra le più forti, veloci o resistenti delle specie, è il fatto che ci siamo riuniti in comunità. E per creare il senso di comunità è stata fondamentale una cosa che adesso disprezziamo: il pettegolezzo.

Attraverso il gossip i nostri avi hanno creato le leggi, nate proprio deplorando certi atteggiamenti e incensandone altri.

A pensarci, il “politically correct” svolgeva un po’ questa funzione, metteva un freno ai comportamenti più turpi e permetteva che emergesse una regola di ciò che è accettabile per la comunità e ciò che non lo è, al tempo dei mezzi di comunicazione di massa.

Intendiamoci, era giusto che scomparisse, e ci hanno aiutato senz’altro anche le riflessioni postmoderniste (oltre che l’arrivo dei social media), ma adesso siamo rimasti soltanto coi cocci.

L’unica soluzione anch’essa fondamentale per creare il senso di comunità, è creare dei miti.

E io di questo sono profondamente convinto, abbiamo bisogno di una grande epica! Una narrazione che dia un senso condiviso a ciò che siamo. “Un cunto de li cunti” per l’umanità. E senz’altro in questa direzione vanno le grandi serie tv che stanno costruendo una nuova epica, il cinema ancora e altra narrazione. Di certo in questa direzione va l’intuizione geniale di “The new italian epic” di Wu Ming, che è riuscito a cogliere questo aspetto emergente addirittura nella letteratura italiana degli anni ’90 e primi 2000.

Ora dobbiamo creare il nesso tra tutto ciò che c’è, per dargli coerenza e la consistenza di una storia comune.

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